Francesca Bocchino di Maratea è morta nel 1995 all’età di 49 anni per carcinoma al colon, Maria Rodilosso di Aieta è morta nel 1998 all’età di 50 anni per carcinoma mammario, Nelide Scarpino di San Nicola Arcella è morta nel 1999 all’età di 60 anni per tumore allo stomaco, Teresa Maimone di Maratea è morta nel 2000 all’età di 54 anni per tumore all’utero, Pasqualina Licordari, di Gallina è morta nel 2002 all’età di 61 anni per carcinoma del colon, Resina Manzi di Aieta è morta nel 2005 all’età di 62 anni per tumore mammario,Domenica Felice di Tortora è morta nel 2003 all’età di 48 anni per carcinoma midollare della mammella, Maria Iannotti di Trecchina morta nel 1988 all’età di 48 anni per tumore maligno del colon.

Questi i nomi di alcune delle decine e decine di operaie della fabbrica della morte , la  Marlane di Praia a Mare colpite o decedute per terribili tumori maligni dovuti ai fumi cancerogeni che venivano fuori dalle vasche del reparto tintoria e dalle polveri dell’amianto sparse per l’unico ambiente del capannone. Lavoravano tutte senza mascherine, né tute di protezione, né guanti, in un unico ambiente al centro del quale vi erano le macchine della tintoria dove venivano usati ,all’insaputa di tutti terribili veleni chimici. Altre donne operaie così come tanti altri uomini operai si sono ammalati e vivono da anni fra un ospedale e l’altro. Per loro non ci sono commemorazioni, né altro. I sindaci al potere oggi come ieri sono alleati dei Marzotto e uno di loro, l’ex sindaco Lomonaco,  è sotto accusa nel processo di appello in corso alla Corte d’Appello di Catanzaro. Nel processo di primo grado conclusosi a Paola dopo 5 anni di dibattimento e un centinaio di udienze ne sono usciti tutti assolti. In quella fabbrica non era successo niente . Eppure furono decine le mogli vedove che ebbero il coraggio di andare a testimoniare contro il colosso della Confindustria ed i poteri locali. Donne sole che hanno vissuto la morte del proprio marito in piena solitudine, senza alcun conforto e in condizioni economiche estreme. A Praia a mare nei pressi dell’ex fabbrica Marlane esiste un edificio bianco, con 12 appartamenti. Viene chiamato il palazzo delle vedove. Gli operai che lavoravano in quella fabbrica e vivevano in quella palazzina sono tutti deceduti. Quelle donne hanno continuato da sole a mantenere la famiglia.

Ho raccolto alcune testimonianze nel mio libro inchiesta Marlane la fabbrica dei veleni. :

Rosa Battipaglia è la vedova di Greco Aurelio. Anche lei, insieme ai figli si è

costituita parte civile contro il padrone Marzotto.  Il marito Aurelio era addetto alla depurazione. Venne assunto il 16 luglio del 1969. Da operaio edile a operaio addetto alla depurazione. Muoveva i fanghi Aurelio senza sapere che muoveva veleni. Ed un giorno cominciò ad avvertire dolori in tutto il corpo, a sentirsi continuamente stanco, a tossire in continuazione. Morirà di tumore a 48 anni il 1 febbraio del 1983, lasciando cinque figli in tenera età. Figli che hanno dovuto crescere da soli, senza alcun aiuto, se non dalla madre e dalla famiglia. Rosa ricorda bene quegli anni. Anni terribili, difficili, anni nei quali non si è visto nessuno ad offrire aiuto. Anzi le consigliavano il silenzio così come le imposero di far firmare al marito, in punto di morte nel letto dell’ospedale di Praia a mare, la lettera di licenziamento. Licenziamento firmato il 31 gennaio del 1983, giusto due giorni prima della morte. A quel danno grave, del quale nessuno mai la ripagherà per le sofferenze subite, ora una beffa. Una beffa giunta a 75 anni e con una misera pensione. Rosa deve lasciare la casa. Le case delle vedove costruite da Rivetti,per gli operai della stessa Marlane. Rosa con Aurelio in quella casa vi entrarono ben 45 anni fa, felici e contenti di poter realizzare i propri sogni, quelli di una famiglia felice, normale, circondati dalla numerosa prole. Un sogno infrantosi prima con la morte di Aurelio ed adesso con l’abbandono della casa. La proprietà Marzotto, che ha affidato il lavoro sporco ad una ditta privata, ha difatti messo in vendita tutti gli immobili. Immobili abitati, oggi, solo da vedove.

 

Angela Limongi vedova di Possidente Biagio

morto a 54 anni, a giugno del ’90. Biagio lavorava in tessitura, faceva l’annodatore dietro ai telai, quindi doveva sopperire alla pulitura dei telai, poi preparava i fili necessari, andava a prendere i subbi all’incollatura, poi li portava in tessitura e li annodava. Poi puliva i telai, puliva un po’ dappertutto, se c’era bisogno. Racconta Angela che  quando il marito ritornava a casa era sempre pieno di polveri nere. Aveva sempre il naso intasato, sempre nero, e spesso e volentieri si dovevano buttare i fazzoletti perchè quando si soffiava il naso, questi si macchiavano di colore. Poi, quando lavava la tuta da lavoro, questa scaricava un sacco di colore ed era puzzolente. Il marito dopo il turno di notte , la mattina si doveva spogliare

in fondo alle scale della sua casa tanto era sporco e pieno di polveri d’amianto.

Lui è entrato a giugno del ’66 e ne è uscito quando è morto a giugno del ’90,

quindi ha lavorato 24 anni lì.

Morto per tumore ai polmoni, ricoverato a Varese per l’appoggio della sorella di Angela. Ma nessuno delle istituzioni è stato vicino ad Angela che ha dovuto trovarsi un lavoro per continuare a campare.

 

Attorno a queste operaie solo un muro di gomma, di omertà, di silenzi.

Silenzi rotti durante le udienze al processo tenutosi a Paola. Terribile la testimonianza dell’operaio Luigi Pacchiano colpito anche lui da un tumore alla vescica e testimonianza vivente di quanto avveniva in quella maledetta fabbrica. La sua è una lezione di storia. La storia del nostro sud, di come sono arrivati i padroni del nord con i soldi dello stato. Di come questi padroni scelsero Maratea prima e Praia dopo. Perchè la microeconomia delle donne di Maratea era quella dei telai, del tessile, dei corredi di matrimonio che queste facevano da secoli. E che poi abbandonarono per essere assunti nella fabbrica  dei sogni poi diventata fabbrica dei veleni. Di come hanno gestito un territorio, minacciando gli operai ribelli , elargendo favori a quelli remissivi , ricattando e chiedendo silenzio su quanto vedevano all’interno dello stabilimento. “Oggi nebbia in val padana” dicevano la mattina gli operai appena entravano  nella fabbrica – racconta Pacchiano. “non si vedeva a due metri di distanza tanto era il fumo che veniva sprigionato dalle vasche e dai pozzi dove venivano immerse le lane. Gli aspiratori non funzionavano e nell’aria stagnavano le puzze e le polveri che si sprigionavano dai telai pregne di acidi e di amianto”. Le condizioni di lavoro, nel racconto di Pacchiano erano terribili. Bisognava stare zitti altrimenti i capi reparto ti spostavano in altri reparti e ti minacciavano di licenziamento: “ se il lavoro non va bene, la porta è quella”, dicevano a chi si lamentava per le condizioni di lavoro. Condizioni di lavoro zero- ripete Pacchiano rotto dalla commozione. Nessuna mascherina, niente guanti, niente tute. Appena arrivavano i bidoni con i coloranti la prima cosa che si faceva era togliere quelle etichette con il teschio ed i segnali di pericolo. Poi la mistura si faceva con delle bacchette  di legno ed a mano e si gettava tutto nelle vasche. I veleni venivano da li e tutti li respiravamo, perché la tintoria non stava in un reparto a se stante ma nello stesso stabilimento diventato un unico reparto, mettendo tutti gli operai a rischio. Ed è quanto avvenuto. Si moriva come mosche e i dirigenti quando spariva un operaio dicevano che si era licenziato. Mai ammettevano la morte di qualcuno per tumore. Pacchiano sviscera i nomi ed i ricordi di tutti gli operai. Tutti deceduti , tutti lasciati morire da soli , confortati solo dalle proprie famiglie. Pacchiano ricorda le firme di licenziamento fatte fare sul letto di morte, ricorda delle minacce fatte da capireparto, ricorda delle mancate visite mediche, ricorda le morti. Una strage annunciata dalle sue denunce. Sarebbero bastati controlli seri e la messa in atto di misure cautelative sulla salute per salvare decine e decine di vite umane.  Ma a Marzotto interessava solo la produzione ed interessava solo che la fabbrica fabbricasse danaro, capitale, investimenti,produzione. Perché la fabbrica funzionava, gli  operai sapevano fare bene il proprio lavoro. Il resto ai padroni non importava. Se un operaio moriva lo si sostituiva con un altro. Agli operai ogni giorno veniva dato un litro di latte . Era per disintossicarsi, dicevano, e loro ignari lo bevevano come e fosse una pozione miracolosa.  Anche di questo ha parlato Pacchiano. Delle buste di latte che si distribuivano per diminuire il pericolo delle malattie. Così rispondevano i dirigenti agli operai che chiedevano di quelle buste di latte. Quel latte invece faceva male. Così come facevano male tutti i rifiuti tossici che la fabbrica produceva. La dirigenza voleva risparmiare anche su quei rifiuti e non affidarli a ditte specializzate come per legge.  Ma non finì qui la storia dei rifiuti della Marlane. La direzione aveva bisogno di smaltire quei veleni e cominciò a seppellirli all’interno della fabbrica stessa. Pacchiano lo dice apertamente e riferisce anche chi svolgeva questo lavoro sporco. Ricorda un’intervista video fatta a Francesco De Palma, operaio della Marlane, deceduto da pochi mesi . Intervista depositata presso il Tribunale di Paola  con richiesta di essere acquisita agli atti. Nell’intervista De Palma riferisce tutti i particolari di come avvenivano i sotterramenti e fa anche i nomi di chi gli ordinava di farli. Quei veleni sono ancora lì e solo in parte ritrovati, in quanto a detta di De Palma tutta l’area della fabbrica era stata interessata ai sotterramenti, anche quell’area dove dopo sono stati costruiti alcuni capannoni. Pacchiano si commuove quando parla degli operai deceduti in particolare di Teresa Maimone.

 

Ecco il suo ricordo:

“ Mi viene la pelle d’oca a pensare a questa giovane operaia mi racconta Pacchiano. Questa signora lavorava alla rocchettiera . I prodotti sintetici venivano tinti prima nelle vasche e poi veniva passato sulla rocchettiera. E questa signora lavorava qui. E qui la polvere era notevole, perché sfilando il filo ad alta velocità si mandava nell’aria sia il colorante che polvere. E lei si lamentava che ogni volta che faceva questo lavora tutto il suo corpo si faceva rosso di sfoghi. Lei andava dal medico e questo le diceva che era una questione alimentare. La cosa è andata avanti per molto tempo finché un giorno mi ricordo che si sentì male in fabbrica e stava per svenire. Non si reggeva in piedi e fui proprio io ad accompagnarla dal medico. Il quale ripeté la solita storia della cattiva alimentazione. Io poi venni a sapere che, dopo che io non lavoravo più in fabbrica si sentì di nuovo male e fu accompagnata d’urgenza all’ ospedale di Napoli . E dopo cinque giorni morì. Ricordo un altro operaio addetto alle pulizie che morì per tumore ai polmoni. Ne ricordo un altro addetto alle pulizie dei tubi anch’egli stroncato da un tumore. Lo stesso prete di Maratea, Don Vincenzo Iacovino, che officiava tutti questi funerali di operai in una sua omelia si scagliò contro l’azienda dicendo questa non è una fabbrica di lavoro ma di morte”.

 

Concludo con un ricordo a queste donne operaie ed a un sit in fatto davanti il Tribunale di Paola. Tante udienze, tanti controlli ai familiari ed agli ambientalisti che stazionavano davanti il Tribunale da parte della digos. L’umiliazione ogni volta che si entrava in quella grigia aula ad essere perquisiti come se si andasse ad assistere ad un processo per mafia. Ma quell’udienza fu davvero uno schiaffo alla memoria di quelle donne per il giorno fissato: era l’8 marzo del 2009.

 

 


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