Oltre 5000 gli incendi scoppiati in Calabria in soli tre mesi sono la metafora di questa terra. Nel disastro annunciato dal caldo opprimente gli incendi racchiudono tutto ciò che è diventata questa regione lasciata nelle mani di imprenditori senza scrupoli, bande armate, politici affaristi e affaristi  politicizzati.

Quattro gli elementi  che dipingono la metafora.

Primo elemento. Gli incendi avvengono perché non esiste più agricoltura. Non ci sono più contadini, non esiste più quindi chi per millenni è stato il vero controllore del territorio.  Per secoli quando la Calabria era tutto un manto verde,  e non esistevano protezione civile, pompieri, guardie forestali, gli incendi non avvenivano e se avvenivano erano subito i contadini ad accorrere e l’incendio veniva subito circoscritto e spento. Dagli anni 60 in poi, i contadini sono stati trasformati, in muratori, bidelli, emigranti. Le terre , un tempo coltivate ad uliveto, bergamotto, cedro, viti, sono diventate terre nelle mani di speculatori senza scrupoli che le hanno trasformate in villaggi turistici, alberghi, agriturismi, seconde e terze case.

Secondo elemento. L’interesse delittuoso per le terre. Molte terre sono rimaste incolte e abbandonate perché prive di interesse turistico, ma quelle collinari prospicienti al mare sono diventate prede degli speculatori e del riciclaggio di danaro sporco. Sono queste le terre più bruciate, ma anche quelle dei parchi e delle aree protette oggi sono nel mirino degli speculatori. Il turismo cerca sempre nuove mete e si inventa nuovi luoghi da incentivare.

Terzo elemento. L’inefficienza istituzionale. Se fossero stati anarchici ad appiccare incendi in nome di qualche protesta politica, allora lo Stato avrebbe mostrato tutta la sua forza, inviando subito l’esercito a proteggere i boschi. Sanno invece che sono banditi, piromani, pastori, gentaglia con l’unico scopo di speculare ed allora la cosa non interessa.  Tutto fa parte del gioco capitalistico dell’uso dei territori. Da ogni incendio uscirà qualche speculazione, qualche movimento terra, qualche ditta che lo trasformerà in qualcosa che produrrà danaro. Ben vengano quindi.

Quarto ed ultimo elemento. Il disinteresse sul bene comune. Se un bosco non può essere utilizzato a qualche fine di produzione capitalistico, come può essere un impianto a biomassa, o altro ecco che viene meglio bruciarlo e renderlo inutile per poi essere rivalorizzato per fini diversi. E’ la “Shock economy” ben descritta  da Naomi Klein, che dimostra come al capitale ogni disastro, dallo tsunami al terremoto serve a rigenerare economia. L’incendio rientra in queste categorie.

Vedremo adesso a stagione finita cosa faranno Regione e Comuni. La Legge 21 novembre 2000, n. 353 Legge-quadro in materia di incendi boschivipubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 280 del 30 novembre 2000, parla abbastanza chiaro. Riusciranno i nostro validi amministratori a farla rispettare ?

Ecco cosa recita nello specifico il  Capo II della predetta legge:

FUNZIONI AMMINISTRATIVE
E SANZIONI

Art. 10. (Divieti, prescrizioni e sanzioni)

1. Le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno quindici anni. È comunque consentita la costruzione di opere pubbliche necessarie alla salvaguardia della pubblica incolumità e dell’ambiente. In tutti gli atti di compravendita di aree e immobili situati nelle predette zone, stipulati entro quindici anni dagli eventi previsti dal presente comma, deve essere espressamente richiamato il vincolo di cui al primo periodo, pena la nullità dell’atto. È inoltre vietata per dieci anni, sui predetti soprassuoli, la realizzazione di edifici nonché di strutture e infrastrutture finalizzate ad insediamenti civili ed attività produttive, fatti salvi i casi in cui per detta realizzazione sia stata già rilasciata, in data precedente l’incendio e sulla base degli strumenti urbanistici vigenti a tale data, la relativa autorizzazione o concessione. Sono vietate per cinque anni, sui predetti soprassuoli, le attività di rimboschimento e di ingegneria ambientale sostenute con risorse finanziarie pubbliche, salvo specifica autorizzazione concessa dal Ministro dell’ambiente, per le aree naturali protette statali, o dalla regione competente, negli altri casi, per documentate situazioni di dissesto idrogeologico e nelle situazioni in cui sia urgente un intervento per la tutela di particolari valori ambientali e paesaggistici. Sono altresì vietati per dieci anni, limitatamente ai soprassuoli delle zone boscate percorsi dal fuoco, il pascolo e la caccia.


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