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Il crollo dell’Impero dei Messina

Vedremo adesso di cosa saranno capaci di fare e dire i dirigenti  della società Ignazio Messina dopo il disastro combinato nel porto di Genova. Disastro che ha portato alla morte di 7 persone ed a 3 dispersi. Oltre che alla distruzione di una torre. La società Messina ha sempre pensato di difendere la propria appannata immagine con l’arma della querela. Chiunque mettesse in dubbio la loro professionalità veniva subito querelato. Ci hanno provato con il sottoscritto per i tanti articoli sulla Jolly Rosso, ma subirono una sonora sconfitta nel tribunale di Paola dove la loro denuncia querela venne archiviata. Ci provano adesso con il Presidente del Comitato “Natale De Grazia” Gianfranco Posa e con la giornalista della La7, Lavinia Bruno in un processo che inizia proprio in questi giorni nel tribunale di Genova per un’inchiesta sulle navi dei veleni, Ci provano con due dirigenti calabresi di  Rifondazione Comunista , Francesco Saccomanno e Lucio Cortese, per un comunicato stampa uscito all’indomani della manifestazione di Amantea del 24 ottobre del 2009 contro il traffico dei rifiuti tossici, e chissà , gli avvocati della Messina quanti altri processi avranno messo in atto in tutta Italia, per i tanti articoli che tantissimi giornali hanno fatto sulle loro imprese. Non voglio credere che abbiano preso di mira solo la Calabria ! Adesso dopo quanto avvenuto nel porto di Genova, se la prenderanno con il comandante della loro Jolly Nero ? Ne faranno un nuovo Schettino, scaricando su di lui tutte le responsabilità e semmai dichiarandosi parte civile nel processo che verrà? La società Messina, e mi fa immenso piacere vedere di nuovo tanti articoli sull’argomento, cosa che non mi fa sentire solo in questa battaglia,  non è nuova a disastri di ogni genere. Molti scrivono di maledizione , di misteri, di stranezze, ma le cose riguardo a loro sono sempre state chiare. Quando ci sono di mezzo servizi segreti, ci si sente sempre protetti ed invincibili e loro di protezioni ne hanno avute tante. Intanto lavorarono per il governo italiano per diversi anni. La prediletta del governo italiano era la Jolly Rosso che proprio per gli incarichi di trasporto di rifiuti tossici era conosciuta come la “nave dei veleni”. Le associazioni ambientaliste quali la Legambiente, il WWF, Greenpeace hanno scritto decine di rapporti su questa società.  La Jolly Rosso doveva affondare davanti Lamezia terme nel dicembre del 1990. Ma le correnti la trasportarono davanti il fiume Oliva, in località Formiciche di Amantea dove restò spiaggiata, Qui nella notte la nave non venne osservata e il carico sparì nelle discariche di Amantea e di qualche paese vicino. Oggi molto materiale di natura pericolosa è stato rinvenuto nel greto del fiume Oliva ed un processo è in corso essendo stato individuata la ditta che vi ha sepolto il materiale. Parliamo di 100 mila metri cubi di materiale di ogni genere che sicuramente non avrebbe potuto seppellire una sola ditta con i suoi soli camion. Ma in quegli anni si poteva fare di tutto nel Tirreno cosentino.

la Jolly Nero

Il tribunale di Paola era in mano alle ‘ndrine e molti magistrati erano sotto inchiesta dallo stesso governo che certo non brillava nella lotta alla mafia ed alla delinquenza organizzata. La società Messina riuscì ad uscire indenne dall’ inchiesta con tre archiviazioni. La prima grazie al pm Fiordalisi già nel 1990-1991. Fiordalisi concesse non solo l’archiviazione ma anche la demolizione della nave. La seconda archiviazione arrivo da Reggio Calabria e la concesse il pm Cisterna. La terza la fece il pm Francesco Greco nel 2009.  Negli anni d’oro del traffico dei rifiuti in tutto il mondo, tra il 1987 ed il 1990 al governo c’era il fior fiore democristiano e socialista , legato ad interessi di ogni genere, in odore di mafia, massoneria,  clientelismo di stato. Molti processi ed inchieste provarono legami con la mafia. Erano anni dove si poteva fare di tutto e di più. E’ in questo clima politico che la ‘ndrangheta capisce l’importanza di poter gestire il traffico dei rifiuti tossici. Lo chiedevano le industrie europee, lo chiedeva quella imprenditoria malsana che piuttosto che smaltire i propri rifiuti inquinanti in modo legale preferisce affidarli alla criminalità. Rifiuti industriali finirono in mezzo mondo.  In Libano , fu lo stesso governo libanese, alla fine della guerra civile, a richiedere agli stati europei di riprendersi i loro stessi rifiuti. L’Italia assunse per questo lavoro sporco, la società Messina che mise a disposizione la Jolly Rosso .

Ma non finì ad Amantea , con la Jolly Rosso, la tragedia dei mari, ma continuò fino ad oggi.

Jolly Amaranto

Il 12 dicembre del 2010, solo più o meno tre anni fa, ecco un altro Jolly calato dalla società Messina. Si tratta della Jolly Amaranto. Si trova davanti il porto di Alessandria d’Egitto. Non è chiaro cosa trasporti. Di sicuro alcuni camion, delle auto e 313 container di cui 38 contenenti sostanze pericolose. Anche qui una manovra sbagliata e la nave con tutto il suo carico affonda. A mala pena si salvano i 21 membri dell’equipaggio.  L’armatore, attraverso il suo amministratore delegato Andrea Gais, ha assicurato che le sostane chimiche finite in mare “non possono comunque provocare un disastro ambientale”.

Il 10 settembre del 2002 un incendio a bordo della Jolly Rubino, vicino alle coste del Sudafrica, portò al naufragio della nave. A salvare l’equipaggio, allora, fu un elicottero che calò il suo cestello fin sulla nave in fiamme, consentendo a tutti i membri di lasciare in tempo la nave. La Rubino, senza equipaggio, andò alla deriva, a spiaggiarsi sulla costa che ospita uno dei parchi naturali più famosi del continente africano, il “Greater St Lucia Wetland Park”. Anche la Rubino trasportava, tra le altre cose, prodotti chimici pericolosi.

Nell’agosto del 2011 il Jolly Grigio entrò in collisione con il peschereccio Giovanni Padre cinque miglia al largo di Ischia, provocando la morte di due persone. Arrestati timoniere e terzo ufficiale, risultati positivi alla cocaina.

Ora vedremo, e  siamo curiosi tutti di saperlo, come se la caverà con il porto di Genova e con le vittime provocate da navi carretta che affondano da sole,si spostano da sole,investono senza vederli pescherecci.

 

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Calabria: una regione allo sbando sommersa dai rifiuti

Lo s/governatore Scopelliti lo deve ringraziare questo popolo calabrese, supino e pauroso,controllato dai preti, dai vescovi, dai partiti, dai sindacati, dalla massoneria, e infine dalla ‘ndrangheta, che non si ribella a niente. Che accetta tutto e che preferisce andarsene dalla sua terra,emigrando, piuttosto che lottare e scontrarsi con i poteri. Eppure i motivi della ribellione totale, sarebbero tanti,anzi tantissimi. Niente funziona in Calabria. Qualsiasi settore, qualsiasi provincia, qualsiasi comune, qualsiasi ufficio, presenta problemi,mancanza di qualcosa, assenza di qualcuno,che spingono a cercare un favore, una raccomandazione al solito politico di turno, che poi “se la vedrà lui”. La Regione Calabria, l’ente centrale a tutto, è del tutto inesistente e lo si vede e percepisce dal problema rifiuti, esploso negli ultimi mesi dopo decenni di commissariamento che ha solo rappresentato una miniera di danaro pubblico sprecato e sottratto alla comunità calabrese , senza il minimo ritegno. Gli unici a dirlo da quindici anni a questa parte, sono stati i soliti ambientalisti. Le solite cassandre che da sempre ripetono che l’unica via per risolvere il problema dei rifiuti è quello di limitare lo spreco e provvedere alla raccolta differenziata porta a  porta. Sono decine le manifestazioni organizzate dalle associazioni ambientaliste in tutta la Calabria, da decenni, davanti le discariche, davanti l’ufficio del commissariato,( quando esisteva). Manifestazioni viste con sufficienza da tanti, che adesso si lamentano. I sindaci sono stati succubi di questa politica commissariale e hanno sottaciuto a quanto avveniva nei loro territori, sotto gli occhi di tutti. Anche la magistratura, che adesso dice di aver aperto diverse inchieste sull’uso dei fondi destinati alla raccolta differenziata ed alle discariche, ha mostrato debolezza e spesso ha guardato dall’altra parte, spesso mettendo sotto inchiesta quei cittadini che facevano i blocchi davanti le discariche . Ora siamo arrivati al limite assoluto. Le discariche sono strapiene, come era prevedibile, le ditte che avevano preso l’impegno ed i soldi per fare la raccolta sono sparite, e l’inceneritore di Gioia Tauro che doveva essere la panacea sulla risoluzione del problema rifiuti in Calabria , non funziona come dovrebbe. Spesso i rifiuti non vengono trasformati in cdr (combustibile da rifiuto) ed arrivano tal quali , non trattati nè differenziati, per cui si brucia tutto così com’è , creando inquinamento e diossina per tutta l’area della piana con gravi rischi per la salute delle popolazioni che vi abitano.

Ed a proposito della fine del commissariamento i militanti della “Rete per la difesa del territorio- Franco Nisticò” scrivono che “Il passaggio dall’Ufficio del Commissario alla Regione Calabria rappresenta l’occasione per creare finalmente un ciclo dei rifiuti virtuoso, che non è né teorico né filosofico, ma è semplice ed economico. Grazie alla raccolta differenziata spinta, quindi monomateriale senza cassonetti, è dimostrato che nel giro di sei mesi anche città di media grandezza (la Calabria è per il 90% composta da piccoli paesi e da una densità abitativa bassissima) possono arrivare al 60% di differenziata, che sarebbe ancora inferiore a quanto imposto per legge nel 2012. Significa diminuire costantemente e progressivamente già a partire da Giugno, i rifiuti da conferire in discarica, ed in questi sei mesi è necessario provvedere alla creazione di ambiti di raccolta ottimali (gruppi di comuni in base alla orografia ed alle infrastrutture) per gestire il riciclo ed il riutilizzo dei materiali, nonché la creazione di piccoli impianti di compostaggio per l’umido. Significa non solo risolvere il problema, ma creare economia, azzerare il trasporto dei rifiuti, aiutare l’agricoltura, salvaguardare il territorio”. Pensieri forse difficili per chi è abituato al politichese ed è incompetente sulle questioni ambientali. E difatti in direzione totalmente opposta vanno le linee guida dell’assessore Pugliano che insiste ancora sulla costruzione di inceneritori e su mega impianti oltre che a volere sempre nuove discariche. Le sue dichiarazioni a proposito fanno rabbrividire e palesano un futuro calabrese ancora pieno di immondizie. Ecco la sua ricetta:  «Stiamo aspettando la disponibilità di altre regioni – ha detto Pugliano in una conferenza stampa – per ripulire la Calabria. Oggi potrebbero esserci novità per la Sicilia per uscire da una situazione drammatica». L’obiettivo, spiega l’assessore , è quello di raggiungere un accordo con la struttura di Catania, che può accogliere 1.200 tonnellate al giorno “tal quale” di rifiuti, ma un’altra ipotesi è quella della Toscana. Allo studio anche la possibilità di imbarcare i rifiuti per portarli all’estero. I costi sono esorbitanti, ma molto meno di quanto si spende oggi per andare in Puglia. «Parliamo di poco più di cento euro a tonnellate – rassicura l’assessore – contro i trecento euro attuali». Rincara la dose , un altro inesperto del settore rifiuti che è il direttore generale del Dipartimento, Bruno Gualtieri, che ha sottolineato che «in Calabria produciamo 2.400 tonnellate di rifiuti al giorno, ai quali si aggiungono 300 tonnellate di raccolta differenziata, ma abbiamo impianti che possono accogliere al massimo 1.600 tonnellate. Il sistema è stato stracaricato e i costi sono insostenibili». E solo oggi ci si accorge di queste situazioni ? Per 15 anni di cosa hanno parlato chiusi nei loro uffici ?  «Gli impianti- dice Gualtieri-  non hanno nemmeno le autorizzazioni Aia. Da oggi in poi il rifiuto dovrà essere lavorato secondo contratto – ha aggiunto – altrimenti scatteranno le penali. Oggi non viene prodotto nemmeno il cdr che ci permetterebbe un grosso risparmio e questo perché dovevamo arricchire TecVeolia e nessuno ha controllato».

Ecco quindi  l’annuncio del direttore generale: «Stiamo facendo la rescissione in danno nei confronti della società che ha lasciato la Calabria e nessuno lo aveva fatto prima». Come un fiume in piena, Gualtieri ha anche denunciato che «nei capannoni dove si doveva lavorare l’umido sono stati ammassati, da parte dell’Ufficio del commissario, tonnellate di rifiuti tolti dalle strade negli ultimi sei mesi». Ed ancora: «La Daneco chiede 20 milioni di euro ed ha chiuso l’impianto di Pianopoli dall’oggi e domani, eppure non ha nemmeno l’autorizzazione Aia».  Insomma sia Pugliano che Gualtieri, che adesso fanno i duri e puri,  vorrebbero far uscire indenni da questo disastro sia la Regione Calabria che lo s/governatore Scopelliti, promettendo nuovi finanziamenti fino a 100 milioni di euro. Alla fine non si parla di raccolta differenziata ma di nuovi impianti e specialmente di un nuovo inceneritore nella provincia di Cosenza, che nessuno vuole. Ma, che si sa, con l’odore di soldi, appalti, sub appalti, assunzioni, uno scemo di sindaco che offre il suo territorio lo si trova sempre. Intanto i comuni soffrono questa situazione. Il 25 aprile i pochi turisti giunti in Calabria nei paesi di mare si sono visti catapultati nelle solite immagini che si vedono a Napoli ed in Campania in genere. Cassonetti stracolmi di rifiuti raccolti ogni due o tre giorni. E il popolo guarda e passa turandosi il naso.

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Preiti come Bresci ?

Lo sapete tutti che non sono un personaggio “embedded”. Cioè di quei tipi che vanno dietro le truppe americane o europee in Afghanistan o in Siria e scrivono quello che gli dicono di scrivere i generali. Tutto ciò su cui sparano gli occidentali  è giusto, quindi da “embedded” che sei,  scrivi che è giusto quello che si fa. Perché la giustizia è con loro, Dio è con loro, il Presidente ( chiunque esso sia) è con loro. Se poi il dio è quello ebraico, meglio ancora. Per cui provo a scrivere di questo mio disgraziato corregionale assurto suo malgrado, secondo me ,agli onori della cronaca , senza alcun pregiudizio e certo di non essere “embedded”. Per cominciare dico che Preiti ha tanti difetti, e direi quindi che è indifendibile e non vorrei essere il suo avvocato di fiducia. Primo, fra tutti i difetti, c’è che Preiti è calabrese, e non è cosa da poco di questi tempi; secondo , che è di Rosarno,e qui l’immaginario si scatena fra clan ‘ndranghetisti e lavoratori sfruttati ; terzo che è separato, e questo in un’ Italia ancora cattolica non pone certo a favore suo; quarto che è disoccupato, che messo vicino a calabrese e rosarnese vuol dire sfaticato,vagabondo,fallito che difatti ritorna dai suoi genitori; quinto che ha il vizio del gioco e anche qui si scatena l’immaginario collettivo arrivando anche ad identificare fra i vizi del gioco, quello del biliardo. Se gli fossero piaciute le minorenni il quadro sarebbe stato perfetto, ma sconfiniamo nel campo delle nipoti ed il gioco si fa duro. I giornalisti, quelli “embedded” hanno subito scritto che è calabrese, prima di essere un potenziale terrorista. Negli anni 70 di fronte ad un episodio del genere, le agenzie Ansa avrebbero battuto così  “ATTENTATO A PALAZZO CHIGI, LE BRIGATE ROSSE SPARANO SUI CARABINIERI”, poi alla seconda agenzia avrebbero un po’ corretto, “ E’ UN ANARCHICO IL TERRORISTA CHE HA SPARATO SUI CARABINIERI”, poi una serie di agenzie correttive fino all’ultima , verso le edizioni della notte che avrebbero scritto che   si trattava di un gesto isolato e che l’uomo era un calabrese tranquillizzando così l’opinione pubblica. Già un calabrese. Ho controllato nella cronaca di questi giorni , fra violenze, rapine, omicidi,quante volte viene indicata la regione di provenienza di chi ha commesso il reato. Zero volte, salvo il caso di Vicenza dove ad aver stuprato una ragazza si pensa che siano ganesi e lo si è evidenziato . Ma i ganesi sono come i calabresi, terzo mondo o giù di lì.  Ho pensato che se Preiti fosse stato trentino, non lo avrebbero scritto. Ed invece Preiti è calabrese, e la cosa mi fa piacere,  e questo basta ed avanza per far partire subito frotte di giornalisti per Rosarno a cercare di intervistare l’ex moglie, addirittura il figlio undicenne, qualche parente sparso per la cittadina. Trovandosi a Rosarno i vari giornalisti “embedded” avrebbero potuto fare qualche inchiesta sugli immigrati senegalesi ancora sfruttati e mantenuti nei campi come bestie. Avrebbero potuto parlare dei clan mafiosi ancora potenti ed operanti nella zona. Avrebbero potuto rendersi conto di che realtà vive la Calabria attraversando tutti i paesi per giungere fino a Rosarno. Si sarebbero accorti che la regione calabria , come regione non esiste. Non esiste perché non c’è nulla che funzioni. Perché le strade sono rotte, i cartelli stradali sono bucherellati o errati, perché se ti fai male è meglio che ti fai portare fuori regione, perché non ci sono treni e se ci sono, sono sporchi  e sempre in ritardo o soppressi, perché atterrano pochi aerei, perché vedi ovunque opere incomplete, palazzi abbandonati, case mal costruite e orribili da vedersi, perché vedi cemento sulle spiagge, sugli scogli, grossi alberghi chiusi e aperti solo un mese, e tanta gente , giovani, donne, che girano inutilmente per le strade dei paesi. Qui è vissuto per due anni, dopo i suoi fallimenti il calabrese Preiti. Ed è da questa realtà che il calabrese Preiti è partito.  A me è venuto in mente subito, con le dovute eccezioni s’intende, l’anarchico Gaetano Bresci.  Preiti è partito da Rosarno così come partì Gaetano Bresci dall’America, per uccidere Re Umberto I.

Bresci si convinse sull’eliminazione del re dopo la strage di operai avvenuta a Milano per opera del generale Fiorenzo Bava Beccaris. L’Italia era sconvolta da scioperi e manifestazioni per la fame e la miseria. In particolare a Milano, a seguito dell’aumento del prezzo della farina e del pane, il cui costo cresceva da anni, il popolo insorse ed assaltò i forni del pane.

L’insurrezione milanese, passata alla storia come la “protesta dello stomaco”, durò vari giorni e fu repressa nel sangue da reparti dell’esercito comandati dal generale Fiorenzo Bava-Beccaris che, per questa azione di ordine pubblico, fu insignito con la Croce di grand’ufficiale dell’ordine militare di Savoia «per rimeritare il servizio reso alle istituzioni e alla civiltà» da Umberto I re d’Italia. Nella repressione militare si calcola che vi furono più di cento persone uccise (i dati non sono precisi) e centinaia di feriti. Tra le vittime, i miserabili che si trovavano in fila per ricevere la minestra dei frati, sui quali si sparò a mitraglia. Oggi non si spara a mitraglia sugli operai perché oggi gli operai, i piccoli imprenditori si suicidano o ci pensano i partiti e i sindacati stessi a calmarli e convincerli a non scioperare. Il bollettino dei suicidi fra il 2012 e il 2013 parla di oltre 140 morti fra piccoli imprenditori e operai. Preiti avrebbe potuto essere fra questi, poteva  suicidarsi ed il suo destino sarebbe rimasto fra poche righe di qualche articolo di stampa. Nessuno sarebbe andato a Rosarno a visitare e fotografare il garage dove si sarebbe impiccato. Ho quindi immaginato questa persona la sera prima di partire. Sistemare le sue cose nella sua valigetta. Salutare i genitori come una persona normale,andare alla stazione a fare il biglietto e partire per Roma .  Proprio come Bresci. Certo , Bresci era un politico anarchico, conosceva la storia, aveva le idee chiare. Preiti no. Sicuramente nella sua vita aveva messo nel conto tante cose meno che questa. Avrebbe voluto continuare il suo lavoro di piccolo imprenditore edile, crescere il suo figlio unico, vivere normalmente la sua vita matrimoniale. Quando le cose precipitano,  le menti si appannano e non si distingue bene il proprio nemico e specialmente se non si trova nessuno che ti aiuta la mente si obnula . Il ritorno in Calabria dal Piemonte è stata la peggiore sconfitta. Persone come Preiti, è bene che si sappia, ce ne sono migliaia in Calabria, e tutti i ragionamenti che si sentono nei bar sono quelli di solidarietà verso questa persona, perché tutti capiscono le condizioni in cui si vive nella nostra regione. E’ inutile girare attorno al problema, il viaggio per Roma dalla Calabria, potrebbero essere in migliaia a farlo, se non si risolvono i problemi ( ma chi dovrebbe farlo ? i politici corrotti ? la massoneria ? la ‘ndrangheta? Lo Stato, ma quale Stato ?)  .

Lo striscione al 1 Maggio di Torino portato dai gruppi antagonisti

Le strade sperdute nella provincia di Cosenza

Piloni a San Demetrio Corone

Quando muoiono giovani sulle nostre strade ti piange sempre il cuore. Certo la velocità è la causa maggiore degli incidenti stradali, ma delle volte basterebbe anche un semplice guardarail davanti ad un albero, o un bivio ben segnalato, o anche dei dissuasori orizzontali per salvare una vita. Tutto questo nelle nostre strade non esiste. Le nostre strade oramai si conoscono con l’appellativo “della morte”. La ss18 della morte, la 106 della morte e via dicendo,con una costellazione ai lati di queste strade di croci, fiori, lumini, lapidi di marmo, foto. La manutenzione è a zero. Eppure le strade si continuano a  costruire. Strade nuove che partono da una contrada e poi finiscono nel nulla, strade che dovrebbero congiungere comunità distanti fra di loro e che poi svaniscono nel dimenticatoio. Dal giornale della Provincia di Cosenza e delle altre veniamo informati delle nostre strade. Dal giornale si prospetta un futuro luminoso, fatto di spostamenti dallo Ionio alla Sila, dal Tirreno all’autostrada, da un paesino all’altro. Per cui leggiamo e veniamo a conoscenza di un primo lotto di una strada che partirà da Scalea e raggiungerà Mormanno sventrando uliveti, sugherete,attraversando la Riserva naturale di Orsomarso e sventrando il Parco del Pollino all’altezza di Papasidero. Quale sia l’utilità di questa strada, esistendo già l’uscita di Lagonegro e quella in costruzione da Lauria paese all’A3 non ci è dato sapere. Con quei soldi si poteva intervenire sulla Lagonegro-Tortora o terminare quella di Lauria. Il costo complessivo dell’opera se mai venisse realizzata è di 100 milioni di euro. Ma per adesso si appalta Scalea –Santa Domenica Talao per dieci milioni di euro. Poi se questa strada finisce nel nulla, in un terreno franoso e si fermerà in attesa dei permessi del parco del pollino chi se ne frega , intanto si lavora e si appalta. Abbiamo poi 20 milioni di euro per andare da Sangineto a Sant’Agata d’Esaro, altri 20 milioni di euro per collegare Cosenza ad Amantea , altri 20 milioni di euro per la Crosia-Longobucco e per la Bocchigliero-Caloveto, ancora 15 milioni di euro per lo svincolo Lungro-Firmo, e 10 milioni di euro sono andati per la strada Rossano-Corigliano, 10 milioni di euro finiranno per lo svincolo di Frascineto con Castrovillari, un’altra strada congiungerà la strada di Montalto con l’Università e verranno investiti 2 milioni e mezzo di euro, ben 21 milioni di euro per finire la 660 che collegherà Acri con l’autostrada del sole ed il top del top la Sibari Sila, fiore all’occhiello della nostra provincia con un investimento di ben 35 milioni di euro di cui 5,milioni 656 euro a carico della Provjncia  stessa.  Per coordinare tutti questi lavori, la provincia ha inventato il catasto delle strade provinciali investendo ben 1 milione di euro. Ma quante di queste strade sono davvero utili ? Quante di queste strade non rispondono a compiti elettorali e politici e daranno davvero impulso ai paesi e città da collegare ? Perché di strade iniziate e abbandonate è piena la Calabria. Bisognerebbe fare un catasto delle opere abbandonate prima di fare quello da realizzare. Opere sulle quali sono state investiti miliardi di vecchie lire e che ora sono in disuso, non utilizzate, mai finite. Tentò un catalogo, una decina di anni fa, Ortenzio Longo, un ambientalista che divenne assessore ,quasi per caso e che è deceduto da poco. Longo chiamò tutte le associazioni ambientaliste della provincia di Cosenza e senza investire nessuna lira di danaro pubblico,,  si fece fare paese per paese l’elenco di tutte le opere mai utilizzate o mai terminate. Ne venne fuori un elenco lunghissimo fatto di mattatoi,  scuole, dighe, case popolari, mercati, segno evidente dell’inutilità di tanti investimenti e spreco di danaro pubblico. Ora seguiremo l’evolversi di queste strade. Come seguiremo l’evolversi della Sibari-Sila che già da ora ci pare una strada non solo inutile, ma davvero dannosa. Dalle interrogazioni consiliari fatte dal consigliere d’opposizione di Rifondazione Comunista, l’avv. Adriano D’Amico veniamo messi a conoscenza di cose davvero terribili che se fossero accertate tecnicamente occorrerebbe l’intervento della magistratura.

una delle due gallerie a San Demetrio Corone

La Sibari Sila, è un’opera appaltata dalla provincia di Cosenza , che venne votata dall’intero consiglio comunale di San Demetrio Corone, maggioranza e minoranza, con l’eccezione solo del consigliere di minoranza Adriano D’Amico, all’epoca consigliere di minoranza di Rifondazione e con la sola assenza del consigliere di maggioranza  Gennaro De Cicco del Partito democratico. Il primo lotto, pur chiamandosi “Sibari-Sila”, parte “stranamente” da San Demetrio, e  non come si dovrebbe da Sibari e guarda caso , attraversa in parte suoli interessati da politici locali, uno di questi viene ceduto in comodato gratuito, dallo stesso sindaco di San Demetrio, il senatore Cesare Marini, in contrada Calamia dove viene realizzato un impianto per la produzione di calcestruzzi. Il consigliere d’opposizione Adriano D’Amico all’epoca dell’inizio dei lavori fece anche un ricorso amministrativo, che come avviene in questi casi venne respinto. Questo primo  lotto è di 2 chilometri e 400 metri  e non sappiamo quanta parte prenderà dei 35 milioni di euro costo complessivo dell’opera. Probabilmente non ci saranno altri lotti e la strada, se mai si ultimerà si chiamerà paradossalmente Mormorico Calamia, ad indicare le due contrade del paese che metterà in collegamento. Si chiedono in molti. Con questi primi danari non sarebbe stato meglio completare qualche altra strada già esistente ? o proprio la famosa 106 ? Come succede ovunque arrivino grandi opere, si punta sull’indotto che diventa l’esca nella quale molti allocchi abboccano.  Prima di ogni elezione, politiche, regionali o amministrative, ad ogni padre di famiglia disoccupato viene promesso di entrare a lavorare nel cantiere. Due o tre ristoranti del posto ospitano a pranzo ed a cena gli operai della ditta, qualche fitta camere lucra sui posti letto. Questo è il guadagno. Intanto nel territorio di San Demetrio si sventra per costruire , due gallerie e tre viadotti. Immaginiamo  la flora, la fauna, l’agricoltura, i pozzi, tutto distrutto. Vicino a dove è stato creato il cementificio, zona agricola che forse poi diventerà edificabile, Ciro Marini, prete intellettuale del secolo scorso, colloca i resti di una antica chiesa, mai trovati. Tutta l’area di Calamia è teatro di scavi archeologici, spesso si trovano piccole anfore, monete e coperture di sepolture. I lavori della strada al momento, però vanno a rilento. Qualcosa non ha funzionato e la stessa provincia di Cosenza ha chiesto lumi alla ditta che ha vinto l’appalto. Si dice che non tutte le relazioni siano state consegnate e che ci sono punti non chiari riguardo agli scavi nelle montagne.  Pare che nelle gallerie ci sia materiale inquinante, qualcuno dice arsenico come in val di Susa, la perizia della Maltauro parla di cobalto in quantità superiore alla norma. L’ARPACAL non si è ancora pronunciata. E gli operai, la loro salute? E le colture e gli abitanti della zona ? L’avv.Adriano D’Amico proprio a proposito di questo materiale inquinante trovato negli scavi della montagna ha subito inoltrato al sindaco Marini, un’interrogazione consiliare senza ricevere ancora oggi una risposta.

il terreno inquinato coperto da teli

Nell’interrogazione l’avv. D’Amico così scrive:

“ Sig. Sindaco, da qualche giorno il cantiere in uso all’impresa che sta eseguendo i lavori della Sibari-Sila, precisamente quello sito alla Contrada Filla, di lato al Salumificio Madeo, è coperto con un telo bianco per parte della sua estensione. Prima che venisse collocato il telo citato, in detto sito veniva riposto il terreno di risulta dallo scavo necessario per la realizzazione delle gallerie, previste dal tratto di strada che attraverserà il nostro paese. Ora, considerato -che da qualche giorno i lavori nel cantiere sono sospesi; -che da informazioni assunte, pare che il terreno di risulta dalla galleria in corso di esecuzione dovrà essere riposto sul detto telo per essere poi analizzato; -che fino ad oggi il terreno di risulta dal sito ove si sta realizzando l’opera è stato riposto in vari punti del paese, senza precauzione alcuna; -che questo mutamento da parte dell’impresa esecutrice provoca ansia tra gli abitanti, circa la eventuale presenza di minerali nocivi all’interno del sottosuolo, ora emersi in considerazione dei lavori eseguiti, alla stregua di quanto avviene, purtroppo, in altre parti del paese, ad esempio in Val di Susa;  -che informare i cittadini di quanto avviene nella comunità sia dovere preciso di una amministrazione comunale. Tanto premesso nella qualità di consigliere comunale, ai sensi delle vigenti norme, chiedo di sapere: Per quale ragione è stato riposto il telo bianco nel cantiere di contrada Filla in uso all’impresa che sta realizzando i lavori dell’arteria stradale cosiddetta Sibari-Sila; Se il Sindaco ritiene di poter rassicurare i cittadini circa l’assenza nel terreno di risulta dai lavori di realizzazione della galleria, di minerali o di altre sostanze inquinanti e/o nocive per l’ambiente e per gli abitanti. E’ richiesta risposta scritta.”.

Non ci voleva niente a rispondere a quanto richiesto. Bastava che il sindaco alzava il telefono, chiamava la ditta e si faceva dire cosa fosse successo. Ed invece silenzio assoluto, come si vuole in situazioni simili. I cittadini vengono schiacciati dallo sviluppo che deve andare avanti, perché produce danaro,ricchezza per tutti, nuovi orizzonti. Cosa che non ha convinto un cittadino di San Demetrio Corone, il sign. Demetrio Provenzano che ha visto nascere il cantiere proprio a 50 metri dalla sua abitazione e lo ha visto costretto ad affrontare una battaglia solitaria contro la ditta. Il signor Provenzano ha subito fatto un esposto alla Procura della Repubblica di Rossano ed ha scritto senza ricevere risposta sia al Presidente della Repubblica che al sindaco, senatore Marini .

l'impianto di calcestruzzi

Ma intanto i lavori continuavano e la vita per il sign. Provenzano diventava un inferno. I lavori duravano oltre il normale orario consentito, addirittura sino alle ore 23,00 e le polveri che si alzavano dall’impianto e dai camion invadevano tutta la sua proprietà. Per cui Provenzano fu costretto ad abbandonare la sua abitazione, per tutelare la salute della sua famiglia. Ma ecco che la Procura di Rossano ci vuole vedere chiaro sulla denuncia e manda l’Arpacal a controllare. Guarda caso cinque giorni prima dell’arrivo dei tecnici dell’Arpacal, ecco che l’impianto di calcestruzzi chiude. Provenzano ha dovuto aspettare ben sei mesi , fuori dalla sua abitazione, costretto a trovare ospitalità nella casa di sua figlia nel centro di San Demetrio. Quelli dell’impianto dicono che la causa della chiusura è dovuta alla ditta che non paga. Vedremo che cosa scriverà l’Arpacal. Intanto il solito avv.Adriano D’Amico scrive una nuova interrogazione consiliare al sindaco per sapere:

Se è vera la prima circostanza, chiede di sapere come sia stato possibile realizzare un impianto di calcestruzzi in una zona cosiddetta agricola, come quella ove lo stesso è sito;

Se l’amministrazione comunale intende prendere provvedimenti circa quanto lamentato dal sig. Provenzano, con particolare riferimento al rispetto della salute, attese le polveri di cemento emanate dall’impianto e della quiete pubblica, considerato il rumore cui lo stesso ci riferisce;

Chiedo, inoltre, di sapere: Se, è in che modo, l’impianto di calcestruzzo sito alla contrada Calamia provvede allo smaltimento delle acque reflue e dei rifiuti speciali che lo stesso produce.

Domande che come le precedenti non avranno alcuna risposta, intanto le strade avanzano nel nulla.

su Mezzoeuro del 27 aprile 2013

Calabria: San Demetrio Corone tra scempi e bellezze artistiche

La stupenda Chiesa di sant'Adriano

Se c’è un paese dove trascorrere una lieta giornata questo è San Demetrio Corone o Shën Mitri in lingua arbëreshë. Non bisogna aver fretta a raggiungere questo paesino arberesh, perché la strada è stretta e abbastanza tortuosa, ma molto panoramica e ricca di aree dove è possibile sostare al fresco e in tranquillità. Come al solito faccio notare nel descrivere i miei viaggi in Calabria, manca un’adeguata segnaletica ed a ogni bivio bisogna stare attenti sulla strada da percorrere per non perdersi ed andare dalla parte opposta. La parte ghiotta di San Demetrio Corone, provenendo da un altro paesino arberesh che è Santa Sofia d’Epiro, si trova proprio al suo ingresso. Si tratta del complesso basiliano della Chiesa di Sant’Adriano. Un sindaco della toscana, metterebbe qui,  un enorme cartellone pubblicitario indicandovi quanto tesoro si trova dentro questa chiesa, ed invece per chi non lo sa può passarvi oltre pensando ad una solita chiesa abbandonata della nostra regione. E invece, quest’abbazia costituisce uno dei pochi esempi di chiese normanno-basiliane risalenti l’XI secolo. Questa chiesa sorse nel 955 per opera di san Nilo da Rossano, una delle figure più prestigiose del monachesimo basiliano. Si conosce poco questo monachesimo basiliano, tanto che, in un cartello stradale fatto dall’Anas in prossimità di san Nicola Arcella si trova scritto “grotta brasiliana”, facendo immaginare una grotta piena di belle donne brasiliane che ballano al ritmo di qualche samba.  Invece i monaci basiliani sono stati tutt’altro.  Seguaci di san Basilio, predicavano la povertà estrema, vivendo coperti solo da una pelle di capra e in grotte. Spinti dall’avanzata turca nei paesi orientali, vennero a sistemarsi in Calabria dove trovarono un ambiente naturale simile a quello lasciato in Oriente, fatto di grotte e anfratti solitari. San Nilo fu uno dei massimi esponenti di questo movimento che  in seguito venne osteggiato dalla Chiesa cattolica romana che di povertà non ne voleva sapere.  Si racconta che la grotta ove San Nilo visse è collegata alla Chiesa attraverso un cunicolo che fu murato per non permettere agli studenti del vicino collegio di nascondervisi nei loro giochi dopo la scuola. Oggi dell’eremo di San Nilo rimane ben poco, lo straordinario affresco, attribuito a un allievo del Dominichino, che ritraeva il santo sotto un enorme olmo è stato totalmente danneggiato e l’intera struttura è cadente.

All’interno della Chiesa di sant’Adriano si trovano dei mosaici e degli affreschi  stupendi. Uno dei più belli, che vale la pena spostarsi da qualsiasi parte d’Italia, per ammirarlo si trova sotto la terza arcata della Chiesa tra due pilastri. Su un piano di marmo circolare, con tessere triangolari bianche, rosse e verdi è rappresentato un serpente che si avvolge in tre spire strette verso il centro dove termina con la testa nera e la bocca spalancata. Ad ammirare ultimamente queste bellezze è giunto finanche lo studioso d’arte Vittorio Sgarbi attorniato però, solo da qualche politico locale e qualche curioso. Il personaggio centrale della vicenda è però il custode volontario di tutta l’Abbazia, Gennaro Sposato che non riuscendo a trovare una chiave per aprire una delle tante porte del complesso monastico ha fatto aspettare Sgarbi sotto un freddo vento di montagna. La notizia giornalistica è questa.

Non Sgarbi che visita l’Abbazia ma un umile pensionato che lo fa aspettare perché non trova una chiave.  E’ qui ci troviamo di fronte al solito e tipico arcano calabro. E’ possibile che un’opera così importante, così centrale e rilevante di tutta la storia dell’arte calabrese, non abbia trovato negli anni, un qualcosa d’istituzionale che fosse un’associazione, una cooperativa, un custode vero proprio,che possa gestire  il tutto? Il custode che oggi ha tutte le chiavi è un volontario, che fa questo per passione e amore della sua terra. Ma non è sempre lì. Bisogna chiamarlo e attendere il suo arrivo. Non esiste nei pressi dell’abbazia un chiosco informativo, un qualcosa dove sia possibile acquistare depliants, cartoline, souvenir, e soprattutto avere informazioni. Tutto questo senza nulla togliere all’encomiabile lavoro che svolge il signor Sposato.  Il pensionato Gennaro Sposato è un personaggio unico e vale la pena andare fino a San Demetrio , non solo per visitarela Chiesa, ma anche per conoscere lui.

Gennaro ti accoglie con un sorriso,  è felice di guidarti e di ospitarti nel suo ufficio, pieno di santini e croci, e dove prima si fa fotografare con tutte le chiavi della Chiesa, inscenando un rito scaramantico sconosciuto e poi ti offre un liquorino al piretto ( una qualità di cedro proveniente dalla Sicilia poco coltivato in Calabria)  fatto da lui stesso. Il mantra di Gennaro è “bravo bravo” appena indovini un qualcosa che riguarda la storia della Chiesa. Se dici di conoscere San Nilo, ti dice subito “bravo bravo”, se dici di sapere del monachesimo basiliano ti meriti un altro “bravo bravo”.  Gennaro sa tutto e ci mette quella passione, nel guidarti, che meriterebbe un vero riconoscimento del tipo di “cavaliere del lavoro”. E sì, perché di lavoro, Gennaro ne ha fatto in quel luogo. A fiancola Chiesaè esistito un enorme collegio,adesso in restauro che ha accolto fino a 300 studenti provenienti da tutta l’Italia, e da molti paesi del Mediterraneo, Grecia ed Albania compresi. Era il Collegio di Sant’Adriano: chiamato in origine Collegio Corsini, fu istituito da papa Clemente XII, nel1732 aSan Benedetto Ullano allo scopo di preparare il clero alla conservazione del rito greco; fu trasferito, poi, a San Demetrio Corone nel1794 aseguito di richiesta del vescovo Francesco Bugliari. Dal 1794 la storia del territorio è profondamente legata a quella del Collegio Corsini, poi collegio di Sant’Adriano, fondato da Ferdinando IV di Borbone al posto del soppresso monastero. E divenne un importante organismo culturale nonché il primo istituto di formazione culturale in Calabria, dalle cui mura uscirono luminose figure del Risorgimento italiano, come Agesilao Milano (1830-1856) e Domenico Mauro (1812-1873), e letterati e giuristi come Girolamo De Rada (1814-1903) e Cesare Marini (1792-1865).

Gennaro Sposato nel suo ufficio

Gennaro Sposato, la nostra guida , ne fu il cuoco di questo collegio, è per questo che oggi ne rappresenta la memoria storica. Conosce ogni anfratto, ogni porta e ne ha conservate tutte le chiavi, circa cento.  Delle bellezze di San Demetrio Corone  se ne può leggere anche su “Vecchia Calabria” del viaggiatore inglese Norman Douglas, il quale ne traccia un ritratto suggestivo. A proposito del collegio, Douglas scrive, che questo è un luogo per filosofi e non per ragazzi. Ma un’altra chicca di questa abbazia è la biblioteca.

Una biblioteca che risale al XVI e XVII secolo e che conserva  migliaia di testi fra i quali molti unici ,rari e di grande valore. Ne cito uno di questi libri, uno scritto di geografia astronomica risalente al 1499. Ma anche questa biblioteca è chiusa nonostante sia stata fatta una Fondazione per gestirla. Finita la visita del Collegio e della Chiesa ci addentriamo nel centro storico di San Demetrio Corone. In parte risulta abbandonato, in parte ristrutturato. Qualche abitazione è stata ristrutturata dal comune, altre da privati.  Ma altre opere attorno a questo paesino lasciano alquanto perplessi. Per esempio vediamo un enorme bocciodromo, poco frequentato. Ed in lontananza una struttura dell’ASL destinata ai disabili mai aperta. Poi un enorme teatro del Folclore . Dedicato al Folclore e alla lingua arberesh ogni anno, dal 1980, si svolge un importante festival dedicato alla canzone in lingua albanese che richiama albanesi da tutt’Italia. E’ forse l’unica nota positiva di quanto si organizza di vivo in questo paese. A pochi chilometri dal paese ecco lo scempio ambientale che lascia senza fiato. Sembra essere in val di Susa con la costruzione dell’inutile Tav. Colline e montagne sventrate, viadotti su campi che una volta erano agricoli, tutto per una strada della quale non si capisce l’utilità.

E’ la strada Sibari-Sila, che appunto dalla sibaritide, spacca montagne e colline per giungere chissà quando in Sila. Da qualche tempo, considerato che i lavori vanno a rilento e che pare stiano terminando i fondi, qualche buontempone l’ha soprannominata “Mormorico-Calamia”, per indicare le due zone del paese che metterà in collegamento. Un mega appalto di circa trenta milioni di euro che dovrebbe favorire non si sa cosa. Ma è facile pensare all’indotto che ha creato e creerà fra i proprietari terrieri, pronti ad investire in stazioni di servizio benzina, in locande e alberghi e chiaramente villaggi turistici. I proprietari sono già in fila al Comune.  Come al solito avviene nelle mie visite nei paesi della Calabria, come moderno Norman Douglas, me ne torno con l’amaro in bocca, pensando alle tante potenzialità che abbiamo da trasformare in ricchezza e che invece ,usate in modo stupido e truffaldino , producono solo nuove povertà e scempi ambientali.

su MEZZOEURO DEL 20 aprile 2013

 

Calabria. Paesi spopolati ma rimpolpati con una pioggia di euro

Sono centinaia i paesi della Calabria in via di spopolamento. Sono i paesi dell’interno a subire questa decimazione di popolazione. Spopolamento avvenuto, prima per l’emigrazione massiccia verso le Americhe e verso il nord Italia, poi verso i paesi della costa , attratti dal turismo e dal guadagno estivo anche se effimero. I paesi dell’interno della Calabria si sono visti chiusi, lentamente, anno dopo anno, i servizi essenziali, quali le guardie mediche, le caserme dei carabinieri, le farmacie, le scuole, gli uffici postali. Un inesorabile processo di tagli che ha incentivato lo spopolamento dei paesi, che sta portando a un rapido declino delle aree interne e marginali della nostra regione, con costi enormi dal punto di vista economico e sociale. I comuni a rischio di una vera e propria estinzione , certificati dall’Istat, sono  106 ,di tutte e 5 le province e rischiano di sparire sotto il peso di una regressione demografica che pare inarrestabile. Centosei Comuni che, nel 2004, avevano una popolazione inferiore a 1500 abitanti e che, nel decennio 1991-2001, hanno subìto una diminuzione superiore al 5%.  Al calo demografico si accompagna, poi, l’andamento negativo dei redditi, con tassi di disoccupazione giovanile e femminile superiori alla media regionale. La gente che ha potuto , quindi si è spostata verso la costa che invece si è vista incentivata i servizi, in nome del turismo. Per cui mezza Verbicaro si trova tra Scalea e Santa Maria del cedro, mezza Buonvicino a Diamante, Belvedere paese su Belvedere M.mo e così via paese per paese partendo dal Pollino fino all’Aspromonte. I paesi dell’interno rappresentano la vera storia della Calabria. Solo dal 1564, e cioè dalla fine delle incursioni piratesche i paesi costieri della nostra regione si sono formati o ripopolati. La Calabria non è un paese di mare, come si suol credere, ma di montagna, di collina. E’ da soli 5 secoli che il calabrese si è spostato sul mare. La nostra storia è quindi alle nostre spalle e noi non lo sappiamo. Il turismo poteva essere la salvezza dei paesi dell’interno. Ma il turismo , non di massa, quello selettivo, di nicchia quasi, culturale, che cerca la calma e non il caos. Quel turismo fatto essenzialmente di tedeschi, austriaci, svizzeri,danesi, italiani tranquilli che cercano la tranquillità, la storia, l’ambiente. Il Parco del Pollino, delle Serre, della Sila, dell’Aspromonte, potevano essere il volano di questo tipo di turismo. Potevano rappresentare il fulcro centrale attorno al quale poi si sarebbero potuto agganciare man mano tutti i paesi circostanti. Invece i parchi sono diventate scatole vuote. Enti dove si sperpera il danaro con opere d’arte sparse nell’ambiente, rifugi sempre più vuoti, interventi inutili che non servono nemmeno a frenare gli incendi che puntualmente ogni estate si attivano senza sosta in ogni punto della regione. L’ambiente che doveva essere la prima risorsa della nostra regione, che avrebbe attratto per la propria bellezza milioni di turisti, così come avviene per i parchi degli Stati Uniti o di altri paesi europei è diventato un optional senza senso. In tutta la regione sono oltre 500 le discariche sparse paese per paese, appena ti giri trovi un sindaco che vuole costruire una centrale a carbone o a  biomasse, o un rigassificatore, o un mega porto, o un inceneritore, certi come vogliono far credere che queste opere portino sviluppo, lavoro, e che invece sappiamo portano solo interessi alle solite ditte legate sempre a personaggi loschi. La politica annaspa nel buio, ed è rivolta solo a perpetuare le proprie poltrone e le proprie caste di qualunque colore politico. La popolazione subisce e preferisce emigrare piuttosto che lottare perché le cose cambino. Lo s/governatore Scopelliti intanto sparge danaro a pioggia su tutti i paesi. L’occasione della “lotta allo spopolamento” arriva con i fondi Pisl. Circa 42 milioni di euro. Lo annunciano in una conferenza stampa tenutasi qualche giorno fa nella Sala “Giuditta Levato” di Palazzo Campanella a Reggio Calabria. Attraverso, apposta, tutti i soggetti che compongono il partenariato di progetto assumeranno congiuntamente, precisi obblighi rispetto all’utilizzo delle risorse – del valore di 10.275.568 euro per 36 operazioni già ammesse a finanziamento – e alla realizzazione di interventi che favoriscano l’azione di contrasto allo spopolamento. A essere coinvolti nel Pisl, il cui capofila è la Comunità Montana dell’Area Grecanica, sono 36 piccoli comuni, quelli con meno di 1500 abitanti, che si trovano in provincia di Reggio Calabria. Il finanziamento complessivo per tutti i piccoli centri della Calabria è di circa 42 milioni di euro. In 99 comuni, situati in tutto il territorio regionale, grazie alle risorse europee verranno riqualificati immobili, aree e infrastrutture degradate o sotto utilizzate, realizzati centri sociali e ricreativi, volti alla diffusione della cultura dell’inclusione e al sostegno agli anziani e di accoglienza delle donne disagiate e interventi utili a sostenere lo sviluppo imprenditoriale locale e a recuperare gli antichi mestieri. Secondo questi progetti approvati, i paesi dovrebbero popolarsi, con qualche polo sportivo, qualche centro per anziani o per donne disagiate, o qualche bottega artigianale o centro multimediale o polifunzionale. La Calabria è piena di questi centri. Costruiti e poi abbandonati perché i comuni poi non hanno personale per aprirli. Ci sono biblioteche sulla carta in quasi tutti i paesi. Ma non hanno libri, non hanno chi le apre e chiude, non hanno chi possa gestirle. Questi finanziamenti potrebbero avere un senso se ci fosse anche l’impegno dell’inserimento nel bilancio del comune della gestione del bene che si riceve. Ma in ogni caso servirebbe a fermare lo spopolamento ? Ma se l’Istat stesso indica le cause dello spopolamento perché i danari pubblici finiscono in un’altra direzione ?

 

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Le carceri in Calabria ed il caso Quintieri

Se c’è un luogo, anzi un non-luogo, del quale non si parla, questo è il carcere. La dimensione carcere, non esiste per chi sta fuori da esso. Il non-luogo carcere è qualcosa che terrorizza e ne fa dimenticare l’ esistenza. Esorcizziamo la morte, la malattia,la disgrazia,esorcizziamo anche il carcere. Facciamo finta che non esistano,che non ci appartengano. Eppure ci appartengono,ci riguardano. Il carcere,così come la malattia,antica quanto l’uomo,è ancora presente nella nostra civiltà moderna. Siamo riusciti a liberarci di un’istituzione come il manicomio,ma non siamo ancora riusciti a liberarci del carcere e dei manicomi giudiziari che sono strutture carcerarie dalle quali difficilmente si esce. Forme di “tortura democratica” che servono a terrorizzare quanti non si attengono alle regole ed alle leggi che questa “civiltà” si è data. Ma le leggi e le regole vengono fatte da chi ci governa, da chi detiene il potere, che naturalmente si è guardata bene dal potervi entrare. Un grande truffatore è difficile che resti per molto tempo ristretto in un carcere, così uno che falsa i bilanci di una società, o un direttore di banca che attua prestiti come un usuraio, o un politico venduto o compratore di voti o appartenente alla mafia alta e ben celata . E’ più facile quindi che finisca in carcere un piccolo delinquente, un ladro di appartamenti, un piccolo spacciatore, o chi ruba energia elettrica, o anche semplicemente in un supermercato. Basta leggere le tipologie di reato dei detenuti in tutta Italia per rendersene conto.

La criminalizzazione delle droghe, con la legge Bossi-Fini, che ha eliminato la differenza fra droghe leggere e pesanti e le quantità di droghe detenute perché si possa considerare spaccio piuttosto che uso personale, ha portato in carcere al 30 giugno del 2012 27 mila cittadini italiani e 11.649 cittadini stranieri. Questo vuol dire quasi la metà della popolazione detenuta. E così la legge sull’immigrazione detiene in Italia quasi  4000 persone. Così come la famigerata legge sull’associazione mafiosa, che mette insieme il semplice picciotto con il boss mafioso con 6516 persone .

In Italia la popolazione detenuta supera le 67 mila unità.

In Calabria,al 31 gennaio 2012, i detenuti nei 12 istituti penitenziari sono oltre 3.046, a fronte di una capienza complessiva di 1.875 posti. Di questi, dai dati forniti dal Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, 55 sono donne e 2.991 uomini. Gli stranieri sono 591. Il sovraffollamento carcerario riguarda tutti gli istituti calabresi ad eccezione di quelli di Crotone (capienza 75, detenuti 15) e Laureana di Borrello (capienza 34, detenuti 30). Diversa la situazione negli altri istituti. A Castrovillari, a fronte di una capienza di 131 posti, sono presenti complessivamente 254 detenuti (24 donne e 230 uomini) dei quali 108 stranieri (il 42,52% del totale, 9 donne e 99 uomini) Gli imputati sono 86 (15 donne e 71 uomini) e 168 i condannati (9 donne e 159 uomini). Al carcere di Siano di Catanzaro, i detenuti sono 592 (68 gli stranieri, l’11,49%) contro una capienza di 354, dei quali 308 imputati e 284 condannati; a Cosenza la capienza è di 209 ma i detenuti sono 336 (58 gli stranieri, il 17,26%), 169 imputati e 167 condannati; a Crotone la capienza è di 75 ma i detenuti sono 15 (2 gli stranieri, il 13,33%), 8 imputati e 7 condannati; a Lamezia ci sono 83 detenuti contro 30 posti (30 stranieri, il 36,14%), di cui 39 imputati e 44 condannati e sta per essere chiuso; a Laureana di Borrello su 34 posti, i detenuti sono 30 (1 straniero, il 3,33%), e tutti e 30 sono condannati; a Locri sono presenti 158 detenuti a fronte di una capienza di 83 (40 gli stranieri, il 25,32%), 74 imputati e 84 condannati; a Palmi i posti sono 140 ma i detenuti 251 (12 stranieri, il 4,78%), 211 imputati e 40 condannati. Ancora, a Paola i reclusi sono 264 su 161 posti (104 stranieri (39,39%), 75 imputati e 189 condannati; a Reggio Calabria i detenuti sono 351 (31 donne e 320 uomini) a fronte di una capienza di 157 (13 donne e 144 uomini), con 24 stranieri (il 6,84%, 4 donne e 20 uomini), e 290 sono gli imputati (19 le donne) e 61 i condannati (12 donne); a Rossano i detenuti presenti sono 351 mentre la capienza è di 233 (gli stranieri sono 83, il 23,56%), cento imputati e 251 condannati; a Vibo Valentia, a fronte di una capienza di 268 posti, i detenuti sono 361 (61 stranieri, il 16,90%), dei quali 162 imputati e 199 condannati.  Dei 591 stranieri presenti negli istituti penitenziari calabresi, 306 sono europei (165 di Paesi dell’Unione europea, 18 ex jugoslavi, 75 albanesi e 48 di altri Paesi), 230 africani (53 tunisini, 87 marocchini, 16 algerini, 23 nigeriani e 51 di altri paesi), 32 asiatici (10 del Medio oriente e 22 di altri paesi) e 22 americani (3 dell’America del Nord , 3 del centro e 16 del sud).

Ma soffermiamoci un po’ sul carcere di Paola. Qui c’è un detenuto particolare. Direi un detenuto “politico”. Si tratta di Emilio Quintieri. Ex appartenente ai Vas ( verdi,ambiente e società), da sempre conosciuto per le sue battaglie ambientaliste,contro i tagli di boschi nella zona di Cetraro, contro i rifiuti tossici lasciati nella fabbrica dismessa dell’Emiliana tessile a Cetraro. Fu grazie ad una sua denuncia che la Guardia di Finanza , li trovò nascosti in un piccolo capanno e fu grazie alla sua costanza nel seguire la vicenda che i rifiuti vennero in seguito smaltiti. Ma il suo impegno ambientalista toccò anche  la pesca abusiva che con reti pelagiche derivanti ( le cd reti spadare)veniva fatta,partendo proprio dal porto di Cetraro. Per questa sua presa di posizione venne aggredito da quattro malviventi e picchiato selvaggiamente. Da queste denunce ripetute, che coinvolgevano i silenzi su Cetraro, considerato dai più come un paese delle meraviglie, Emilio Quintieri entrò nel mirino delle istituzioni proprio per aver rotto equilibri naturali esistenti in questo paese del tirreno cosentino. Venne quindi arrestato per la prima volta a gennaio del 2010. A seguito di una perquisizione, nella sua abitazione, vennero trovate delle manette, del danaro contante e dei stupefacenti , evidentemente per uso personale.  Questo bastò per gettarlo in pasto ai quotidiani regionali come spacciatore o peggio ancora capo di qualche clan mafioso. Nel comunicato stampa fatto dai carabinieri, si immaginò tutta una situazione che poi venne smentita dai fatti,che lo prosciolsero. Per cui, si dimostrò che  il danaro contante era stato a lui consegnato dall’Associazione Sportiva Dilettantistica Don Russo Nova Volley Cetraro al fine di essere corrisposta ad una Ditta a titolo di compenso per alcuni lavori svolti di serigrafia. Una restante somma ,invece, erano i proventi di una vincita conseguita dall’imputato tramite acquisto di una schedina della Pallavolo, come attestato dal tagliando di schedina Intralot . Infine le manette. Si trattava di  cose in possesso di Quintieri a causa della sua pregressa attività di Guardia Giurata Volontaria. Ma è proprio questa continua persecuzione nei suoi confronti che spinge Emilio Quintieri ad interessarsi di problemi legati alla giustizia ed al carcere. Apre una campagna internazionale a favore di un detenuto  cetrarese, in carcere nonostante una malattia tumorale in corso.

Si trattava di Alessandro Cataldo arrestato nell’ambito di una inchiesta sul traffico di droga nella costa tirrenica. Se non fosse stato per l’impegno di Quintieri che fece fare un’interrogazione parlamentare alla Ministro Cancellieri, dai deputati radicali, sicuramente il detenuto sarebbe deceduto in carcere o avrebbe commesso qualche pazzia. Quintieri si era mosso dopo aver una richiesta di aiuto da parte dei familiari del detenuto ed una lettera da parte di alcuni compagni di cella dello stesso, preoccupati per il suo stato di salute.

Così risponde all’interrogazione il Ministero della Giustizia:

“Una volta accertato il male, è stata, infatti, richiesta una visita specialistica ed è stato, altresì, prospettato l’eventuale ricovero presso il reparto oncologico dell’azienda ospedaliera Pugliese – Ciaccio; per di più, attesa la gravità della diagnosi e le possibili ripercussioni psicologiche sul malato, si è ritenuto di sottoporlo a grande sorveglianza sanitaria e, contestualmente, è stato richiesto un adeguato sostegno psicologico. Il Cataldo, peraltro – prosegue il Sottosegretario alla Giustizia Gullo – ha effettuato tutti i trattamenti prescrittigli per la cura della sua patologia tumorale in un centro oncologico specializzato dell’Ospedale di Catanzaro, distante circa 3 chilometri dal penitenziario. Inoltre, a partire dallo scorso mese di maggio e, cioè da quando il predetto detenuto ha iniziato il 1o ciclo di chemioterapia in regime di ricovero, lo stesso si è recato a cadenze regolari presso l’Ospedale di Catanzaro, rispettando il calendario predisposto dal centro. Anche nel penitenziario, ha sempre eseguito i necessari controlli clinico-laboratoristici, con una frequenza pressoché quotidiana. Ciò posto, segnalo che la competente magistratura di sorveglianza ha autorizzato e/o ratificato sia il ricovero, che le visite specialistiche in ospedale del Cataldo, il quale – conclude l’esponente del Governo – in data 23 agosto 2012, a motivo delle gravi condizioni di salute, è stato posto agli arresti domiciliari, con ordinanza del Presidente del Tribunale di Catanzaro “.

Insomma c’è voluta l’interrogazione parlamentare perché a  Cataldo venissero concessi gli arresti domiciliari.  E così dopo questa battaglia, Quintieri si impegna nel Partito radicale, fino ad esserne candidato nella lista calabrese del partito nelle ultime elezioni politiche. Ed ecco il nuovo arresto. Proprio durante la campagna elettorale. Se Quintieri fosse stato un grosso politico, o già un deputato, si sarebbero mobilitate tutte le pattuglie dei partiti. Ed invece nessuna solidarietà, nessun comunicato a suo favore, nessun interessamento sulla sua vicenda. Quintieri a sua volta finisce nel tritacarne della giustizia italiana. E questa volta,senza alcuna prova . Bastano le testimonianze di altre persone contro di lui, perché i carabinieri finiscano di nuovo a casa sua e perquisirla, senza trovare nulla però, ma Quintieri viene arrestato lo stesso. Questo è quanto scrive Emilio Quintieri il 16 marzo scorso, in una lettera a me indirizzata:

“  sono stato raggiunto da una ordinanza custoriale emessa dal GIP del Tribunale di Paola sulla base di dichiarazioni fatte ai carabinieri del nucleo operativo della compagnia di Paola da dei soggetti tossicodipendenti, alcuni dei quali non ho la più pallida idea di chi siano e di dove siano. Contrariamente a quando scrive qualche sciacallo di “giornalista” non esiste null’altro nei miei confronti. Solo queste dichiarazioni tutte simili fra di loro e quindi preconfezionate e non genuine e spontanee oltre che illegali ed inutilizzabili ai fini processuali perché assunte in violazione  di quanto prescrive il codice di procedura penale. “

Direttamente , Quintieri si rende conto di quale sia la situazione nelle nostre carceri, e aggiunge ,nella sua lettera:

“ Mi auguro che il nuovo parlamento metta subito mano a smantellare lo stato di polizia che principalmente nel nostro paese è diventato asfissiante procedendo all’abrogazione della legge Fini-Giovanardi sulle droghe, della legge Bossi-Fini sull’immigrazione e della legge ex Cirielli  sulla recidiva, tre leggi criminogene varate dalla maggioranza di centrodestra negli anni passati nell’era Berlusconi. Natuaralmente occorre anche una seria riforma della Giustizia proibendo ai pubblici ministeri l’utilizzo in modo indiscriminato dell’istituto della carcerazione preventiva che oramai ha raggiunto livelli insostenibili ed inaccettabili in tutta la repubblica italiana e che contribuisce ad alimentare il sovraffollamento dei nostro istitui penitenziari già migliaia di volte ritenuti dei veri e propri luoghi di tortura da parte delle istituzioni internazionali. Qui nel carcere di Paola la situazione è disastrosa!

Ora Quintieri continua la sua battaglia nel carcere di Paola , riuscendo a coinvolgere e far  aderire tutti i detenuti ad un iniziativa per sensibilizzare l’opinione pubblica ed i politici verso i problemi carcerari.

“Comunico che tutta la popolazione detenuta ristretta nella casa circondariale di Paola (Cosenza) ha aderito alla manifestazione nazionale promossa dall’onorevole Marco Pannella, leader del partito radicale, per denunciare ancora una volta la condizione disastrosa in cui versano le carceri della repubblica. Con una nota sottoscritta da 250 detenuti, primo firmatario Emilio Quintieri, è stato comunicato alla direzione del carcere di Paola, al Provveditorato Regionale della Calabria ed al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che pertanto da lunedì 25 a venerdì 29 marzo 2013   sarà rifiutato il vitto ministeriale giornaliero (colazione,pranzo e cena) chiedendo che lo stesso venga devoluto in beneficienza al convento  dei frati minimi di San Francesco di Paola o altro ente che sarà individuato  dalla direzione della casa circondariale di Paola e comunicato alla popolazione detenuta,tramite avviso nelle bacheche dei reparti detentivi ( I, II, III, IV e V ).  Di quanto sopra ne verrà data notizia anche al sig. Magistrato di Sorveglianza di Cosenza ed al ministro della giustizia per opportuna conoscenza. “

Il deputato Ernesto Magorno ha subito fatto visita ai detenuti, ricevendo per il suo atto di solidarietà le critiche del sindacato della polizia penitenziaria. Il Sappe lo accusa di non aver incontrato i sindacati. Ma la giornata era quella dei detenuti in sciopero della fame e sulle loro condizioni di vita all’interno di questo inferno. Dimostrazione ne è che si continua a morire nelle nostre carceri. E’ di pochi giorni fa la notizia di un nuovo suicidio nel carcere di Siano a Catanzaro. In Calabria,nel 2012, i suicidi sono stati 3, i tentativi 36, gli atti di autolesionismo 167, i decessi per cause naturali 3, i ferimenti 18, le colluttazioni 81. A Catanzaro ci sono stati 2 suicidi e 5 tentativi di suicidio. E’ chiaro a tutti che non si può andare avanti così, che occorre mettere in atto provvedimenti seri e definitivi. Non basta un indulto o un’amnistia. Che ben vengano, ma occorre depenalizzare. Ancora vige il codice fascista Rocco, ancora c’è una visuale del reato tipica di un regime fascista e non certamente democratico. Moltissimi detenuti potrebbero non essere arrestati per reati piccoli e le forme alternative sarebbero molteplici, non solo quelle domiciliari.

su Mezzoeuro del 6 aprile 2013

La SoS 118 la più grande opera pubblica abbandonata

Non sono solo le chiese, le sale convegni,i porti, le ferrovie ad essere abbandonate nell’alto tirreno cosentino, ma anche le strade. Tutte le strade che portano dal tirreno verso l’interno, sono una frana continua. Niente segnalazioni di bivi, niente cartellonistica, nessuna segnaletica orizzontale. Finanche la strada che porta da Paola a Cosenza, dove in inverno, c’è nebbia in continuazione è sprovvista di segnaletica adeguata per la nebbia. Le gallerie hanno luci spente a giorni alterni. In caso di guasto ad un’auto non ci sono segnalatori di soccorso. Strade che vengono percorse ogni giorno da migliaia di autoveicoli. In maggioranza gente che va e torna dal lavoro. Traffico in costante aumento dovuto anche alla soppressione dei treni regionali. Negli ultimi giorni si sono segnalate a proposito dei treni, situazioni vergognose tipiche di paesi arretrati. La Calabria fra questi. Che tipo di progresso vogliamo non si è ancora capito e ancora di più non lo hanno capito i calabresi stessi, che continuano a fidarsi di politici falliti. Il governatore, o meglio s/ governatore della Calabria, gira il mondo portando l’immagine di una Calabria che non esiste. I treni, quando questi riescono ad arrivare, si bloccano, nel 2013,nelle gallerie. E’ accaduto nella lunga galleria fra Paola e Cosenza questa settimana, ed i passeggeri sono stati costretti a scendere a piedi , attraversare la galleria al buio , prima di essere raggiunti da un treno di soccorso partito dalla stazione di Cosenza. Ma dove si leggono queste cose ? nei racconti di Garcia Marquez? Si vedono nei sogni e si raccontano la mattina a colazione ?  E’ logico che i treni non li prenda più nessuno. La strada principale, quella che da Lagonegro raggiunge Falerna, attraversando tutti i paesi dell’alto tirreno cosentino, chiamata “variante ss 18”, è di conseguenza intasata, quotidianamente, e nel contempo completamente abbandonata. La ss 18 da oggi la chiameremo “SoS 118”. A nulla valgono le interrogazioni parlamentari passate e recenti, l’ultima è quella del neo deputato Pd, Ernesto Magorno, o le sollecitazioni del Presidente della Provincia Oliviero, rivolte tutte all’Anas, unica responsabile del mantenimento di questa strada diventata una macelleria vera  e propria. Nessuno che si dimetta, nessuno che venga rimosso, per un disastro che è sotto gli occhi di tutti e che produce ,purtroppo anche continue morti dovuti ad incidenti stradali, che in una strada normale, controllata, messa in sicurezza non avverrebbero. Ed invece tutto continua come prima. I lavori in corso, eterni, alimentano, gli incidenti,le difficoltà nella guida,gli intasamenti, i rallentamenti. Ci sono lavori fermi da anni e non si capisce perché. Il bivio di Paola che porta al Convento di san Francesco è diventata un’opera spaziale. Dove sarebbe bastata una semplice rotonda, come ne esistono in tutta Europa, ecco fare un’opera costosissima ,fatta di sottopassaggi e soprapassaggi che ci vorranno anni prima che finiscano.

Intanto una settimana fa si è rischiato il disastro. Un camion che trasportava liquido chimico si è ribaltato rischiando di esplodere. Sarebbe stata una carneficina. Il giorno dopo il sindaco di Paola si è accorto dei lavori fermi ed è andato sul posto chiamando a rapporto tutti i responsabili dei lavori. Il giorno dopo i lavori sono ricominciati. Giusto in tempo per far fare un comunicato di vittoria all’amministrazione paolana. Dopo due giorni i lavori sono stati di nuovo sospesi con buona pace di tutti. E solo in questa settimana i lavoro sono stati ripresi chissà per quanto. La ditta assegnataria dei lavori è la Incabit di Bisignano, e se li è aggiudicati per 1 milione e mezzo di euro . Riuscirà adesso a terminarli senza nuovi stop ? Sangineto, ecco un’altra trappola per gli automobilisti. E’ una strettoia che devia improvvisamente dalla strada principale. Anche lì si sta costruendo un sottopasso. Anche lì lavori fermi da un anno. A Grisolia, sul lato mare si sta costruendo qualcosa di simile ad un lungomare. Quasi due chilometri di lavori ed anche qui un restringimento della carreggiata. L’Anas, sembra che  non paghi più i lavori alla ditta e questa si è fermata non riuscendo più a proseguire con soldi propri. Intanto tutto il traffico autostradale di camion , nonostante vi siano delle ordinanze prefettizie che ne vietano il transito,passano sulla variante distruggendo il manto stradale. Nessuna pattuglia della polizia stradale intercetta questi camion che in lunghe carovane attraversano come carri nel selvaggio west tutta la costa. Da Falerna a Lagonegro sono migliaia le buche,crateri veri e propri, che si formano in continuazione, e che con le piogge dirompenti degli ultimi giorni hanno provocato decine di incidenti stradali, tamponamenti,lunghe file. Ma all’Anas non sanno niente di tutto questo, o fanno finta di non saperlo, almeno fino al prossimo incidente stradale.

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Il porto fallito di Diamante ( Cs)

Che le inchieste di “Striscia la notizia” fossero una finzione, lo sapevamo tutti. Ma vederli all’opera, in diretta, ne è la conferma. Il bravissimo Brumotti, è stato a Diamante per visionare l’opera abbandonata per eccellenza, che è il porto. Ha fatto le sue acrobazie sulla ringhiera, a 30 metri d’altezza, sperando che a nessuno venga in mente di fare simili idiozie, è riuscito ad entrare nell’area portuale, interdetta da anni ai cittadini ed a riprendere dall’interno lo stato d’abbandono e di degrado creato dai lavori. Solo due anni fa, il dott. Santoro vietò l’ingresso della Madonna Addolorata, per la processione della terza Domenica di maggio, dimostrando a tutti chi fosse il padrone dell’area. Brumotti, dall’interno dell’area, intervista il sindaco Ernesto Magorno, il quale ha detto di non conoscere i motivi del fermo dei lavori e  che se i lavori non inizieranno al più presto farà un’azione dirompente coinvolgendo la cittadinanza. Per “Striscia”, la notizia finisce qui. Non una parola sugli ambientalisti che da anni si oppongono a tale devastazione, non un’intervista a loro, come avviene in altre situazioni,non una parola sul proprietario dell’opera che è il dott. Graziano Santoro, non una parola sulle promesse dell’assessore regionale Gentile. E questa sarebbe un’inchiesta ? e questa sarebbe la voce dell’inconsistenza e via dicendo ? Analizza bene la trasmissione , il giornalista cosentino Giuliano Santoro nel suo  “Un Grillo qualunque” : “la trasmissione – scrive Santoro – è costituita da una collezione di battute ricorrenti,tic verbali e manie compulsive intervallate da risate  pre-registrate che- ecco il vero capolavoro-hanno pretesa di denuncia. Bisogna precisare però che, il più delle volte, Striscia non insegue i potenti veri: se la prende con imbroglioni di provincia  e furbetti del condominio. Li mette alla gogna  alimentando lo spirito di rivalsa del telespettatore in cerca di giustizia mediatica “.  Difatti per il porto di Diamante, sarebbe stato bello vedere Brumotti, piuttosto che esibirsi pericolosamente sulla ringhiera del lungomare di Diamante, entrare nella farmacia del dott. Santoro a Cosenza, e chiedergli come mai un farmacista è proprietario di una scogliera di un paese come Diamante, e come mai non ha terminato i lavori pur avendo avuto ben 4 milioni di euro dalla Regione Calabria. Sarebbe stato bello vedere Brumotti entrare nell’ufficio  dell’assessore  Gentile a Catanzaro, saltellare sulla sua scrivania piena di carte e decreti, fra i quali dovrebbe esserci quello da lui sventolato, qualche anno fa nella sala consiliare del Comune di Diamante , dove  appunto decretava lo stanziamento di 1 milione e mezzo di euro per rifacimenti strutturali legati al porto, quali due ascensori, un ponte sul fiume Corvino, un restyling dei magazzini sotto il lungomare,ed altre grandezze simili.

Ma poi a pensarci bene, la voce dell’inconsistenza o dell’incompetenza è dello stesso partito dei fratelli Gentile. Uno, Giuseppe il Gentile in questione è alla regione, assessore ai lavori pubblici, con il governatore Scopelliti del Pdl, l’altro Antonio è nuovamente senatore Pdl e nominato segretario dell’ufficio presidenza del senato. Di cosa parliamo allora ? Di quali biciclette e di quali inchieste ? Se resta una cosa da fare,ora e subito, è quello di chiedere la revoca da parte della regione della concessione data. I tempi sono scaduti, il porto è fallito e si può salvare tutto riconvertendo tutta l’area. La parte compromessa, quell’enorme base in cemento che ha coperto parte della scogliera è oramai compromessa e difficilmente riqualificabile,  potrebbe diventare una grande piazza, funzionale al paese, come parcheggio estivo, area fieristica, o per grandi concerti. I magazzini sottostanti verrebbero rivalutati e potrebbero diventare centri per mostre d’arte,incontri culturali,aree espositive. Subito sopra nell’ex mercato la realizzazione del vecchio progetto fatto dagli ambientalisti ed approvato dalla giunta De Luna ,Caselli ed inserito nel Programma elettorale della Giunta Magorno, che è il progetto del Museo del Mare. “Il Museo del Mare” oggi collegato al “Parco Marino della Riviera dei Cedri” sarebbe un punto importante di riferimento per tutte le scuole del sud, invertendo la rotta del turismo scolastico verso Diamante. Il fermo del porto, grande o piccolo che sia, eviterebbe la creazione del braccio a mare, che senz’altro porterebbe via le spiagge a sud e nord e distruggerebbe quello che resta della bellissima scogliera oltre che compromettere la Posidonia. Un ministro all’ambiente di area grillina approverebbe subito un progetto simile, perché rientrerebbe nel loro discorso della decrescita felice, del non sviluppo cementizio, delle aree ecosostenibili da togliere alle speculazioni. Il sud di queste idee ha bisogno per cambiare registro, non di finte inchieste e chiacchiere.

Le navi dei veleni esistono ma tutti fanno finta di non saperlo. E intanto la società Messina si diverte a querelare

Oramai le navi dei veleni sono come gli UFO. Da una parte c’è chi ci crede ciecamente e dall’altra chi si ostina a sostenerne la non esistenza. Da una parte i giornali di governo o filo governativi,chiunque sia il governo naturalmente, che si ostinano a confondere le acque sulle inchieste di quei pochi giudici che ci hanno creduto, dall’altra i giornalisti e le associazioni non “embedded” che cercano, inutilmente, di portare a ragionare su una realtà oramai incontrovertibile e che la stessa commissione presieduta dall’on. Pecorella in parte ha dovuto riconoscere. In parte sostengo io, in quanto la relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti pubblicata sul sito della Camera dei deputati, è una enorme montagna di carte, interrogatori, audizioni, sopralluoghi, che hanno partorito un topolino. Un topolino importante di sicuro, una piccola mollica di pane, che soddisfa in parte la fame di verità che da anni associazioni ambientaliste, familiari delle vittime,popolazioni colpite dal fenomeno, chiedono inutilmente. Se potessi parlare con Grillo, gli direi che qualsiasi compromesso per un qualsiasi governo, varrebbe la pena di  farlo, pur di entrare in queste Commissioni parlamentari per aprire archivi, armadi, omissis,interrogatori secretati, tenuti nascosti da decenni. Oggi nel parlamento ci sono deputati e senatori, ambientalisti e perfettamente puliti, che a capo di una di queste commissioni, farebbero tremare l’Europa intera. Altro che il referendum sull’euro, o gli stipendi da dimezzare ai parlamentari. La verità sulle navi dei veleni, sul traffico internazionale dei rifiuti tossici e nucleari che porta all’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin  , la morte per assassinio di Natale De Grazia, il traffico dei rifiuti che parte dal deposito di scorie nucleari a Rotondella e che porta all’Iraq di Saddam Hussein, il ruolo della ‘ndrangheta e della massoneria in tutti questi traffici, sarebbero una vera bomba nucleare che scoperchierebbe i governi europei dagli anni 90 in poi, i loro servizi segreti, le industrie europee ed i loro industriali e finanziatori, il ruolo avuto da vari faccendieri che tutte le procure italiane che si sono occupate di traffici internazionali, conoscono uno ad uno.

Dobbiamo quindi ripartire da questo topolino, che dice e non dice, leggere fra le righe, percepire quasi messaggi subliminali fra una frase e l’altra, accontentantosi di quanto è venuto fuori. Lo fa, da grande conoscitore del problema Nuccio Barillà, da qualche settimana membro della segreteria nazionale della Legambiente ed ambientalista storico della Calabria che dichiara con la sua solita schiettezza e coraggio civico che “le  vicende delle navi dei veleni ricostruite dalla Commissione , delineano  un quadro complesso e per larghi tratti inquietante, dove silenzi, omissioni, superficialità e  complicità si intrecciano, mettendo a nudo un periodo  oscuro che ha attraversato la nostra Repubblica. Primo fra tutti la negligenza dei servizi di sicurezza e il ruolo ambiguo di altri pezzi dello Stato. Dunque è il momento che tutte le verità vengano alla luce. Per questo il lavoro della Commissione dovrà segnare un punto di ripartenza dell’ impegno istituzionale e sociale in nome della chiarezza, della verità e della giustizia” .

Si aggiunge a Nuccio Barillà, il Presidente nazionale della Legambiente Vittorio Cogliati Dezza. “La relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, pubblicata conferma quello che Legambiente sostiene da anni: la magistratura non ha avuto sostegni adeguati nelle indagini sui traffici transnazionali di rifiuti tossici e radioattivi, che hanno interessato il Mar Mediterraneo tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta. Uno scandalo, quello delle navi dei veleni, in cui viene stigmatizzato dalla stessa Commissione il ruolo dei servizi segreti, inefficaci, negligenti o addirittura condizionati da ragioni inconfessabili”. Le vicende e le indagini riassunte nella Relazione, che passa in rassegna tutte le inchieste e gli episodi più rilevanti, a cominciare dalla morte del capitano Natale De Grazia, fotografano una realtà che non riguarda solo il passato. E’ importante il riferimento che viene fatto dalla stessa Commissione – aggiunge Cogliati Dezza – a indagini recentissime che stanno alzando il velo sui traffici internazionali di rifiuti. Quella che emerge è l’esistenza di modalità e meccanismi illeciti che richiedono una “competenza” accumulata negli anni da trafficanti e organizzazioni criminali”.

la motonave Cunsky

In effetti a leggere bene quanto è scritto nella relazione sulle navi a perdere approvata in data 28 febbraio 2013 (Doc XXIII n. 21) qualcosa ne viene fuori pur se in modo contraddittorio. Per esempio , nella relazione non si non da alcun credito al pentito di mafia Francesco Fonti, morto solo quale mese fa. Ma non spiega come mai Fonti avesse indicato proprio quel punto nel mare di Cetraro dove poi, guarda caso, si trovò la nave Catania affondata durante la prima guerra mondiale. Si dice che Fonti abbia saputo queste cose da un altro  personaggio mafioso , ambiguo e misterioso. Tale Guido Garelli, che Fonti conobbe nel carcere di Ivrea. Garelli interrogato dalla procura di Potenza disse che era stato lui la fonte dei racconti di Fonti. Ma Garelli , quindi , di cosa è a conoscenza ? Qualcuno lo ha interrogato a proposito ?  Così scrive la commissione:   “La Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti ha avviato una serie di approfondimenti sul fenomeno delle “navi a perdere”.  La determinazione ad approfondire questo tema è stata assunta a seguito del rinvenimento di un relitto nel mare antistante la costa di Cetraro ad opera di alcuni pescatori della zona, in conseguenza del quale la procura della Repubblica presso il tribunale di Paola aveva aperto un procedimento penale, ipotizzando originariamente che il relitto potesse identificarsi con una delle navi cariche di rifiuti e dolosamente affondate di cui aveva parlato negli anni precedenti (in particolare, a partire dall’anno 2003) il collaboratore di giustizia Fonti Francesco all’autorità giudiziaria. Il procedimento penale avviato dalla procura di Paola, poi proseguito dalla procura di Catanzaro, si è concluso con un provvedimento di archiviazione. Francesco Fonti, collaboratore di giustizia già appartenente alla ‘ndrangheta calabrese, aveva infatti reso una serie di dichiarazioni relative ai presunti affondamenti di tre navi (la Cunsky, la Voriais Sporiadais e la Yvonne A) ai quali avrebbe partecipato personalmente.  Una delle tre navi, secondo il racconto di Fonti, sarebbe stata affondata proprio dinanzi alle coste di Cetraro, nell’anno 1992. L’operazione, finalizzata allo smaltimento illecito di rifiuti tossici, sarebbe stata realizzata dalla ‘ndrangheta calabrese che in quel periodo si occupava, oltre che delle consuete attività illecite quali il traffico degli stupefacenti e l’attività estorsiva, anche del traffico illecito di rifiuti radioattivi (o comunque tossici). A seguito degli accertamenti effettuati dal Ministero dell’ambiente e dalla magistratura si è potuto constatare come effettivamente il relitto antistante le coste di Cetraro non si identificasse con la nave di cui aveva parlato Fonti. Nonostante ciò, la Commissione ha, comunque, ritenuto di approfondire il tema delle “navi a perdere” ossia dell’esistenza di navi affondate in mare cariche di rifiuti tossici e radioattivi, e, più in generale, il fenomeno del traffico di questo genere di rifiuti verso i paesi africani, come la Somalia, in quanto tema di grande attualità, rispetto al quale permangono molti aspetti oscuri oltreché di notevolissima rilevanza per la salute e l’ambiente. Nella relazione è stata svolta un’approfondita analisi delle indagini svolte dalla magistratura a partire dall’anno 1994 nel corso delle quali gli investigatori arrivarono a focalizzare l’attenzione in modo particolare su quale dovesse essere stato il carico della motonave affondata dolosamente denominata “Rigel” nonché sulle reali cause e sull’effettivo carico della motonave “Rosso”, spiaggiatasi nel dicembre 1990 sulle coste calabresi”.

   Ma ecco il dubbio colossale da parte della Commissione quando scrive che :

Non può ritenersi casuale che diverse indagini, pur avviate in territori distanti tra di loro, in epoche differenti e sotto la direzione di diversi magistrati, siano confluite quasi come se si trattasse di un’unica indagine su un percorso e un binario già noto, ma, da un punto di vista giudiziario, morto.  Quello che si vuole sottolineare- continua la relazione- è che gli sforzi investigativi profusi nello svolgimento delle indagini concernenti i traffici internazionali di rifiuti tossici e radioattivi si sono puntualmente arrestati allo stesso punto, ovverossia allorquando si è introdotto il tema Somalia e il tema attinente ai traffici internazionali di armi e rifiuti. Questi ultimi due temi sono risultanti, almeno nelle prime fasi investigative, connessi tra di loro, essendo stato ipotizzato che vi fosse uno scambio tra la fornitura di armi ad opera dei paesi “moderni” e l’accettazione di rifiuti da parte dei paesi meno sviluppati.

Ed allora, fatta questa premessa e tenuto conto delle difficoltà che ancora oggi si percepiscono nelle indagini di questo tipo, è possibile ripercorrere le inchieste che venti anni fa hanno avuto la “pretesa” di entrare in un mondo inaccessibile.  A ciò deve aggiungersi un dato. Negli anni novanta vi era terreno fertile per traffici di natura illecita riguardanti i rifiuti in quanto vi era la necessità di adeguare la realtà fattuale alla nuova realtà normativa introdotta dal referendum abrogativo del 1987 che portò alla chiusura delle centrali nucleari nel nostro Paese. Inoltre, la normativa europea, in continua evoluzione in materia ambientale, aveva introdotto ulteriori limiti allo smaltimento di rifiuti radioattivi. Si è registrato uno sforzo da parte della magistratura di venire a capo di una serie di vicende che hanno lasciato intravedere l’esistenza di traffici illeciti di rifiuti tossici interessanti il Mediterraneo e paesi africani. Tuttavia deve essere evidenziato che nessuna di queste indagini ha portato a risultati concreti o soddisfacenti, nonostante il grande impegno profuso dagli investigatori. Il dato che risulta evidente è che la magistratura non è stata adeguatamente supportata per affrontare indagini così complesse sia per l’oggetto sia per l’estensione territoriale, trattandosi di traffici transazionali. Ne è un esempio significativo l’indagine portata avanti dalla procura circondariale di Reggio Calabria, che poteva contare sull’apporto di un gruppo investigativo composto da pochi uomini, seppur qualificati.  In proposito, sono chiarificatrici le dichiarazioni rese dal sostituto procuratore Alberto Cisterna nel corso dell’audizione del 9 dicembre 2009 avanti alla Commissione:

“L’indagine sostanzialmente mi arriva con questa incompiuta: era necessario recuperare questa motonave. Il procuratore presso la pretura era, al tempo, il dottor Scuderi; ebbi un colloquio con lui e con il dottor Neri, durante il quale chiesi anche le ragioni di questa trasmissione, in quanto si trattava di un fascicolo impegnativo. D’altra parte, la procura distrettuale in quegli anni era impegnata con un centinaio di processi e migliaia di indagati, e dunque arrivava un processo importante. Sono state date alcune spiegazioni. Innanzitutto, si parlò delle difficoltà incontrate  nel reperire i fondi e i finanziamenti necessari al ritrovamento della motonave e sostanzialmente – ricordo con precisione questo dato, sebbene siano passati tanti anni, quasi quattordici – si disse che non ci si sentiva tranquilli nello scaricare a Modello 12 (il capitolo delle spese di giustizia a disposizione di ogni procura) una spesa impegnativa pari ad alcuni miliardi delle vecchie lire. Quindi, questa attività avrebbe comportato una spesa davvero consistente. Dunque, immaginate un piccolo ufficio, con il peso di un’indagine complessa e con l’impegno di una spesa considerevole, in un clima di grande preoccupazione dovuta anche alla morte del comandante De Grazia, che aveva segnato anche psicologicamente i protagonisti di questa vicenda. Lo scenario indubbiamente avvalorava queste preoccupazioni. Ricordo che si temeva di essere in qualche modo sorvegliati o intercettati. Vennero fatte delle bonifiche negli uffici che si trovavano distanti dai nostri proprio per questo motivo”. L’attività investigativa svolta per l’accertamento dei fatti di criminalità transnazionale aventi per oggetto lo smaltimento illecito rifiuti radioattivi o comunque tossici si è, quindi, costantemente scontrata con difficoltà insormontabili, nel senso che, per usare una facile metafora, si è dovuta spingere verso i confini conosciuti del diritto, ed è giunta sempre in luoghi posti al di là delle Colonne d’Ercole, dove semplicemente il diritto non esiste.  Sembra però che la dedotta “ignoranza ufficiale” dei servizi di sicurezza in ordine a vicende che di per sè appaiono come assai sospette (morte del capitano De Grazia, spiaggiamento della motonave Jolly Rosso) debba necessariamente ascriversi o ad uno svolgimento di tale attività in modo non esauriente o negligente, ovvero a ragioni inconfessabili, non necessariamente illecite. Per concludere appare doveroso sottolineare come recentissime indagini stiano lentamente alzando il velo su una realtà inquietante e drammatica per ciò che concerne i traffici internazionali di rifiuti. Le modalità operative che sono emerse a livello investigativo sono espressione di meccanismi talmente consolidate e radicati che necessariamente affondano le loro radici in epoche precedenti a quello dell’indagine medesima. E’ verosimile, quindi, che oggi, grazie agli strumenti investigativi a disposizione della Direzione distrettuale antimafia, ai canali informativi favoriti dalla Direzione distrettuale antimafia, sia possibile avvicinarsi ad un mondo, quello del traffico transazionale dei rifiuti tossici, sul quale per troppo tempo non vi sono stati che fondati sospetti e nulla di più. “

La commissione chiude la sua relazione parlando di “fondati sospetti e nulla di più”, dando così il colpo finale a tutto il lavoro fatto dalla commissione stessa. Intanto, la società Messina proprietaria armatrice della Motonave Jolly Rosso,in una strenua difesa della propria immagine querela a destra ed a manca. Dopo la querela fatta al sottoscritto, finita con un’archiviazione da parte della Procura di Paola che riconobbe il 6 giugno del 2011 il mio diritto di critica nello scrivere l’articolo incriminato dalla società Messina, asserendo che  non c’era insomma alcun intento diffamatorio ma solo il dritto a scrivere di dubbi e sospetti sulla vicenda dello spiaggiamento della motonave Rosso sulla spiaggia di Campora San Giovanni. Ecco due nuove querele. Una al presidente Gianfranco Posa presidente del Comitato Natale De Grazia di Amantea e con lui a Lavinia Bruno giornalista di La7 ed a Francesco Fonti per un video trasmesso, e l’altra più recente a due esponenti di Rifondazione Comunista, Lucio Cortese e Francesco Saccomanno per un documento uscito nell’ottobre del 2009 in occasione della manifestazione sulle navi dei veleni ad Amantea. Come dire, chi tocca i fili muore. Una sottile minaccia a non voler far parlare di quanto accadde quella notte del 14 dicembre del 1990 quando la Jolly Rosso spiaggiò ad Amantea. Misteri e dubbi che nella stessa relazione finale firmata dall’0n.Pecorella e dall’on Bratti permangono.

 

su Mezzoeuro del 23 marzo 2013

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