Le mani della ‘ndrangheta sull’aviosuperficie non sono una novità. Sicuramente c’erano state anche prima, appena costruita. E si,  perché chi ha inventato questa opera pubblica ben sapeva dall’inizio che non avrebbe mai funzionato e che sarebbe servita solo a mangiare soldi. Venti e più miliardi di lire sono andati nelle tasche di imprenditori e certamente politici , altri milioni di euro sono andate poi ad altri imprenditori per rifare muri abbattuti dal fiume, strade inesistenti di accesso e altre piccole manutenzioni. La provincia di Cosenza dovette sborsare oltre 200 mila euro per strade di accesso all’aviosuperficie . Bastava che arrivasse uno qualsiasi a dire che avrebbe messo in funzione l’aviosuperficie ed ecco la schiera di sindaci, politici e imprenditori vari a mettersi attorno ad un tavolo ed applaudirsi a vicenda. E’ successo ultimamente con questo Barbieri ricevuto a Scalea con tutti gli onori e con sindaci e politici della costa tirrenica a stringergli la mano. Ecco l’uomo che rilancerà lo sviluppo nel Tirreno cosentino, ecco l’uomo che porterà occupazione e lavoro a tutto il tirreno. Albergatori, ristoratori,proprietari di case villaggi, tutti in fila a stringergli la mano, e tutti pronti ad aiutarlo per ottenere finanziamenti pubblici e privati. Non parliamo poi degli attacchi fatti agli ambientalisti dopo che il grande e illuminato imprenditore ha dichiarato in un convegno a Scalea che era tutto pronto per far ripartire la struttura. I soliti albergatori e ristoratori in prima fila ad attaccare il mio blog “scirocco” e me personalmente per i  miei articoli. Finalmente il bandolo della matassa si stava sciogliendo. Tutti col naso in aria a Scalea e paesi vicini per vedere gli aerei in arrivo, tutti pronti ad accogliere le frotte di turisti che da tutta Europa sarebbero arrivati a Scalea. Ma invece di aerei vedevano solo “ciucci” volare, e bastava leggere l’approvazione del  finanziamento di  25 miliardi e 630 milioni per capire che qualcosa non andava.

In particolare la delibera 798 dell’8 novembre del 1995, quando la Giunta comunale di Scalea approvò il progetto per la realizzazione dell’aviosuperficie per un importo di poco più di 19 miliardi di lire. Cifra rimodulata con delibera del 29 ottobre del 1998 per un importo di 25 miliardi e 630 milioni. Era allora che la magistratura avrebbe dovuto metterci il naso e fermare lo scempio. Come si fa a dare  miliardi di lire, per un progetto di questo tipo ? Quale credibilità può avere un progetto che   prevede  ben  74mila passeggeri,1350 tonnellate di trasporto merci e 95 posti di lavoro!!!!!!1  Ma altro che ciucci che volano qui si tratta di astronavi aliene !!!!!! Prendiamo i dati dei passeggeri. Bisogna dire che l’aviosuperficie non è altro che un grande pista di cemento che occupa una lunghezza di 2 chilometri per trenta metri di larghezza per un totale di 260 mila 515 metri quadrati, stretta fra la linea ferroviaria e la super strada. Su questa pista potrebbero  atterrare solo voli charter o aerotaxi fino ad un massimo di 9 passeggeri ed a vista , cioè senza alcun sistema di assistenza radar ,esclusi, naturalmente quelli in dotazione del pilota dell’aereo. Questo dato del massimo dei nove passeggeri è un requisito di sicurezza scritto nel  “Regolamento per l’uso di aviosuperfici per attività di Trasporto Pubblico,Scuola,Lavoro aereo” d’imminente emanazione da parte dell’ENAC, Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, il cui art. 3  recita proprio così: “L’uso di aviosuperfici per attività di trasporto pubblico è consentito esclusivamente per i voli: intracomunitari; in condizioni meteo non inferiori a quelle minime prescritte dalle regole del volo a vista; limitato alle ore diurne; ai soli velivoli di MTOM non superiori a 5700 kg e numero di posti passeggeri non superiori a 9 “ e sottolineo nove. Questo vuol dire che , per raggiungere la cifra dichiarata nel progetto , di  74 mila passeggeri, si dovrebbero effettuare su Scalea fino a 8 mila voli all’anno, cioè 23 aerei al giorno! Una persona con un quoziente minimo di intelligenza avrebbe bocciato un finanziamento simile. Invece il finanziamento arrivò e le ruspe si misero subito in moto, abbattendo una microeconomia locale fatta di coltivazione del cedro, buttando sul lastrico decine di piccoli contadini e non pagando nemmeno con il prezzo dovuto i terreni requisiti.  Uno di questi proprietari portò  in tribunale il Comune di Scalea e il 19 marzo del 2010 i ricorrenti  ricevono notifica del decreto. L’ex sindaco Mario Russo decretava l’esproprio in favore dell’ente in data 10 marzo 2010. Una serie di questioni poste davanti al Tar che ha accolto il ricorso e ha condannato il Comune al pagamento dell’indennizzo da mancato godimento degli immobili con decorrenza dalla data di inizio dell’illegittima occupazione. E anche in questo caso si parla di centinaia di migliaia di euro che il comune dovrà sborsare prima o poi. Soldi pubblici come al solito che ricadranno sui cittadini scaleoti.

Insomma la storia dell’aviosuperficie di Scalea è la metafora della nostra regione. In quasi tutti i paesi c’è un imprenditore illuminato che grazie ad amicizie politiche riesce ad ottenere un finanziamento, e basta vedere le opere pubbliche abbandonate esistenti sul nostro territorio. Sale convegno, porti, chiese, alberghi, villaggi, opere che avevano solo lo scopo di succhiare danaro e nient’altro. Speriamo solo che questa operazione sul nostro territorio serva da monito…a chi , non lo so !

In una terra sconquassata come è la Calabria l’esistenza di un paese come Riace è un miracolo vero e proprio.  Riace non si trova nel Trentino, regione pacifica dove si litiga solo per le mollichine di pane che il condomino del piano di sopra ha “scutuliato” sul tuo terrazzo, ma nella Locride. Terra di omicidi, di ‘ndrine, di furti e rapine, dove fare il sindaco è una scommessa con la vita. La locride è anche terra di miracoli. C’è un prete ex pastore che vede la madonna ogni ultimo venerdì del mese, e 10 mila persone vi accorrono per vedere lui in meditazione. Riace è lì vicino, e Domenico Lucano, Mimmo u cùrd’, ne fa il sindaco da tre legislature,  e fa anche miracoli come il pastore, anzi fa un solo miracolo, non ogni venerdì di fine mese ma ogni giorno. Da quando si alza ed esce per le vie del paese, fino a notte tarda quando va a dormire nella sua casa. Per tutto il giorno , Mimmo, gira per il paese come se fosse lì per la prima volta. Si guarda sempre attorno per vedere se le cose stanno al loro posto, parla con la gente, prende il caffè con gli anziani, viene circondato da mille problemi già dalle nove. La notte una ragazza somala è stata male ed è stata trasportata all’ospedale, la mattina tardi bisogna telefonare alla questura di Crotone per vedere se alcuni permessi di soggiorno sono stati definiti, a un ragazzo eritreo è scoppiata la bombola in casa e non riesce ad avere le medicine dall’asl per curarsi le ferite, un bambino dell’Etiopia ha problemi a scuola, il segretario comunale lo tempesta di telefonate per andare a Catanzaro per parlare con l’assessore per una pratica dove manca un documento, un funzionario lo insegue fino al bar di fronte il municipio per fargli firmare delle delibere. In questo caos organizzato, il paese funziona alla perfezione. Circa 80 persone di Riace , cittadini riacesi doc, lavorano attorno al progetto emigranti, e 400 circa rifugiati provenienti da tutti i paesi dell’africa, vivono e si integrano in case umane, ristrutturate in un paese destinato all’abbandono.

Non ci sono baracche, non ci sono tendopoli, non ci sono ghetti, è questo il miracolo di Riace. Ma non solo questo. Il sindaco non si occupa solo dei rifugiati ma del paese intero. Lo ha reso vivibile, ha creato parchi pubblici, ha abbassato le tasse ed eliminati per i casi più difficili, ha reso pubblica l’acqua, ha creato un servizio di raccolta rifiuti unico nella costa, e ancora di più le spiagge sono libere da privati stabilimenti balneari con un mare pulito che neanche alla Maldive lo si trova. Un sindaco di questi dovrebbe essere tutelato per legge. Gli si dovrebbero aprire le porte della regione, della provincia, delle asl, delle questure, del parlamento, del governo. Il Presidente della Repubblica, ogni giorno,  la mattina appena alzato dovrebbe fargli una telefonata: “ Mimmo tutto bene ? hai bisogno di qualcosa ? “, e così il Presidente della inesistente Regione. E invece ? Mimmo e la sua giunta, Mimmo e il suo paese, Mimmo e il suo esercito di migranti, ogni giorno deve fare un miracolo. E lo fa e continua a farlo tranquillamente.

Non sanno la mafia, i poteri forti, le consorterie, gli affaristi, i massoni, i politici di professione, come fermarlo, come eliminarlo dalla scena sociale. Le pensano tutte per boicottarlo e per impaurirlo. Hanno anche sparato al ristorante della cooperativa, gli hanno ammazzato i cani, gli hanno bloccato progetti straordinari per ingrandire il paese e la sua gente, hanno inventato storie sulla sua vita privata .  Niente da fare, a “capa” di Mimmo è più tosta di quella di un curdo delle montagne del Kurdistan. Ed ecco la nuova strada. Intercettarlo per sentire le sue conversazioni, cogliere l’attimo fuggente, la parola ambigua, la frase contraddittoria, per incastrarlo dandolo in pasto all’opinione pubblica ghiotta di queste cose, abituata a pensare nell’antipolitichese che tutti sono corrotti e che pensa che Mimmo sia come il sindaco di Roma, o di Milano, o di qualche paese del  meridione sciolto per mafia. Sarebbe troppo facile cari magistrati e infanga tori di turno. Mimmo non è un sindaco, Mimmo è un pensiero, un’idea che si realizza, Mimmo è una bandiera. Potrebbe anche non esistere, potrebbe essere una nostra invenzione, così come lo era Garambombo l’invisibile nel romanzo di Manuel Scorza. Leggetevelo e capirete la sua forza, basta che leggiate l’incipit del libro per capire Mimmo: “Allora tutti constatarono che Garambombo era veramente invisibile. Antico, maestoso,interminabile “ .

A 21 anni da quel 13 dicembre del 1995 cosa resta del ricordo di Natale De Grazia, eroe sconosciuto della nostra terra. Non un convegno, né una trasmissione televisiva, nessuna prima pagina. L’ultimo atto riguardo a De Grazia risale al 2013 quando l’on. Gaetano Pecorella, presidente della “Commissione  parlamentare d’inchiesta sui rifiuti” nelle conclusioni della relazione approvata dalla sua commissione sulla morte del capitano Natale De Grazia parlarono chiaramente di “cause tossiche”.  E’ scritto nella relazione che  De Grazia come scrissero nell’autopsia fatta il giorno dopo il suo misterioso decesso non fu per “cause naturali” ma per avvelenamento, insomma De Grazia venne assassinato. Ricordiamo che il capitano De Grazia morì dopo aver mangiato in un ristorante nei pressi di Nocera Inferiore il 13 dicembre del 1995, all’età di 39 anni , lasciando la moglie e due figli piccoli.  De Grazia era diretto a La Spezia per interrogare alcuni testimoni, nell’ambito dell’inchiesta del Procuratore Francesco Neri di Reggio Calabria  sulle navi dei veleni. La pista che De Grazia seguiva era quella partita dall’affondamento della nave Rigel , davanti capo Spartivento, ed investiva in generale tutte le navi sparite nei mari della Calabria dagli anni 80 in poi. De Grazia quel giorno non doveva andare a La Spezia ma a Crotone, per interrogare ed investigare sullo smantellamento della nave Rosso spiaggiata nel 1990 davanti la foce del fiume Oliva nei pressi di Campora San Giovanni. Poi nella notte il cambiamento di destinazione . Un altro militare andò a Crotone e lui scelse per La Spezia. Poi la morte improvvisa. A la Spezia sarebbe dovuto andare il maresciallo Scimone che faceva parte della squadra di De Grazia. Scimone in un’audizione davanti all’on. Pecorella rivela cose interessanti che alla luce di quanto scoperto oggi  sono inquietanti. De Grazia quella mattina del 12 dicembre del 1995 doveva  recarsi a Crotone per interrogare il signor Cannavale, colui che smantellò sulla spiaggia di Formiciche, a Campora San Giovanni,  la Motonave Rosso. Ricordiamo , a proposito della Motonave  Rosso, che il Pm Fiordalisi, allora titolare dell’inchiesta aperta dopo lo spiaggiamento,  dopo solo quattro mesi dallo spiaggiamento della motonave,  avvenuto il 14 dicembre del 1990, e dopo una frettolosa archiviazione dell’indagine aperta, diede ordine di smantellare la nave, pressato dalla società Messina che prima aveva chiamato una ditta olandese,  specializzata in recuperi di materiale radioattivi, la Smith- Tack e poi, dopo averla  liquidata con un assegno di 800 milioni di vecchie lire, chiama questa ditta da Crotone.  Il maresciallo Scimone ,invece, sarebbe dovuto andare a la Spezia presso la dogana per ritirare dei documenti sugli imbarchi su alcune navi sospette. La sera prima si decide di fare l’inverso.

Il capitano De Grazia

Il capitano De Grazia la notte muore. Il suo corpo viene portato all’obitorio di Nocera Inferiore. E da qui la sera successiva a Reggio Calabria. Il maresciallo Scimone apprende la notizia della morte del suo collega di indagine  a Crotone . Lui stesso dice che continuò il lavoro che stava facendo. Dopo di che se ne ritorna a Reggio e guarda caso intercetta, sull’autostrada,  il carro funebre proveniente da Nocera con il corpo di De Grazia. Si mette quindi a seguirlo fino all’obitorio di Reggio Calabria dove assiste all’autopsia. Il Presidente Pecorella chiede se quella era la prima autopsia sul corpo di De Grazia. E lui prima fa capire di si , poi chiarisce che mentre stavano per cominciare a spogliare il corpo, si è sentito male , ed è uscito fuori. Quando si è ripreso è rientrato e il corpo era già aperto. Quindi non può dire se sul corpo di De Grazia ci fossero cuciture di una precedente autopsia. Ma il colpo di scena  arriva quando dice che a fare l’autopsia fu il dott. Aldo Barbaro e non la dott. ssa Simona Del Vecchio. Si è sempre detto che sul cadavere siano state fatte due autopsie , entrambe dalla stessa dottoressa Del Vecchio. Ora  spunta il nome di un altro medico ! Ma parlando dell’attività di De Grazia, il maresciallo Scimone ne traccia un quadro davvero esaltante del personaggio. De Grazia era una persona che davvero credeva nel lavoro che faceva. Era un segugio ed aveva in mano elementi importanti per tracciare un quadro completo sul traffico delle navi. Scimone è certo della presenza di navi affondate attorno alle coste calabresi.

I luoghi contaminati ad Amantea

Ci sono prove certe di due navi sulle quali ha lavorato  prima da solo e poi con De Grazia. Parla della Nave RIGEL affondata il 21 settembre del  1987 a 20 miglia da Capo Spartivento con un carico di 3000 tonnellate di rifiuti vari, e parla della nave Korabi che ha disperso il proprio carico nella fossa davanti Badolato nel 1995. Sulla Korabi , Scimone fa una descrizione precisa su tutta l’inchiesta fatta. Scimone racconta che la nave da Durazzo era diretta a Palermo dove doveva scaricare  granulato di ferro. Qui nel porto di Palermo le autorità portuali  fanno  un ispezione e scoprono  un alto livello di radioattività , per cui non autorizzano la nave a scaricare. La nave esce dal porto di Palermo e  si dirige verso Messina, impiegando tre giorni. Giunta di fronte la costa di Pentimele si ferma. Questa volta è la Guardia di Finanza a salire sulla nave e verificare che il livello di radioattività è ritornato normale. Due sono le cose , o il carico radioattivo è stato eliminato in mare, si pensa davanti Badolato,  o qualche strumentazione a Palermo non ha funzionato.  Nell’ispezione sulla nave la Guardia di Finanza scopre un fuoribordo non registrato e a seguito di un piccola inchiesta di De Grazia si scopre che è stato rubato per cui il capitano della nave viene arrestato.

le navi dei veleni affondate nel mediterraneo

Ecco perchè dopo la morte del capitano De Grazia si mettono in moto una serie di depistaggi e carte false per far risultare una morte naturale. Non ci voleva la fata turchina per capire che molte cose non quadravano nell’intera vicenda, e bastavano pochi mesi d’indagine seria per trovare il bandolo della matassa. Ed invece ecco che tutto si mette a concorrere per buttare tutto nell’oblio e nel non far capire niente, sicuramente agevolati dai servizi segreti e da altri manipolatori occulti, che si sono messi all’opera per sconvolgere le due autopsie, sminuire il suo lavoro d’indagine,smantellare il pool del procuratore Neri che indagava sulle navi dei veleni, confondere le acque e mettere tutto a tacere.  Bastava approfondire l’autopsia, come più volte richiesto dalla moglie del capitano per capire che le cose non andavano nel verso giusto. E difatti a proposito dell’autopsia è scritto nella relazione fatta dalla Commissione  che “ una prima autopsia, venne ripetuta dallo stesso medico legale, il quale  parlò genericamente di “insufficienza cardiaca acuta”.  Ma a distanza di tanti anni una nuova perizia, affidata dalla Commissione a Giovanni Arcudi, 67 anni, titolare della cattedra di Medicina legale all’Universita’ romana di Tor Vergata e docente alla Scuola ufficiali dei carabinieri, impone – secondo la relazione – di valutare le risultanze dell’inchiesta precedentemente svolta in una chiave nuova e non poco allarmante”.   ”Non e’ compito di questa Commissione – ammettono i relatori, tra cui il Pd Alessando Bratti – pronunciare sentenze ne’ sciogliere nodi di competenza dell’autorita’ giudiziaria, tuttavia non si puo’ non segnalare che la morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese”. Perche’ la consulenza del professor Arcudi, “scientificamente inattaccabile”, arriva a una “conclusione inequivoca: escluse le altre cause, per l’assenza di elementi di riconoscimento, la morte e’ conseguenza di una ‘causa tossica’”, sebbene sia impossibile ormai accertare quale e dare corpo, dunque, al sospetto che il capitano possa essere stato avvelenato. Non può che essere stato così.

il pentito Fonti intervistato dal TG1 ma non dal magistrato Greco

De Grazia era l’unico incorruttibile. Era l’unico che credeva in quel che faceva. Era l’unico che aveva capito cosa ci fosse dietro tutta la vicenda delle navi dei veleni, sottovalutando un solo aspetto. Quello che potesse essere eliminato. Lo disse a sua moglie , Anna Vespia, qualche giorno prima di partire per il suo ultimo viaggio. Alla moglie preoccupata per il suo stato d’animo e nervosismo rispose ”stai tranquilla uccidono i giudici non uno come me “. Ed invece era proprio uno come lui che dava fastidio, perché era l’unico, il solo, che non solo aveva capito tutto l’affare che c’era dietro l’affondamento delle navi, ma anche individuato le piste da seguire, interrogando le persone giuste.

De Grazia – ricorda la Commissione  - “stava conducendo indagini su tutte le vicende più oscure riguardanti il traffico illecito di rifiuti pericolosi ed aveva costituito un gruppo di lavoro assai efficiente”, che operava “in profondità sul riciclo illegale dei rifiuti”. E proprio il progressivo smembramento di questo gruppo, “subito prima e subito dopo il decesso” del capitano, se si unisce “alla causa della morte, identificata in un evento tossico, getta una luce inquietante sull’intera vicenda”. “Ciò che risulta – proseguono i relatori – è che il capitano De Grazia ha ingerito gli stessi cibi di chi lo accompagnava nel viaggio ( i carabinieri , Maresciallo Nicolò Moschitta ed il carabiniere scelto Rosario Francaviglia, ndr) salvo una fetta di torta; queste almeno sono state le dichiarazioni dei testimoni. Se così , appare difficile ricondurre la tossicita’ ad una causa naturale, anche se non lo si può escludere in forma assoluta“.
La settimana prima di Natale, una conferenza stampa in cui dovevano essere presentati i risultati della nuova perizia allegata alla relazione era stata annullata in extremis, anche perché non era stata avvertita la vedova di De Grazia, Anna Vespia, ma questo era bastato a riaccendere le polemiche. Oggi la Commissione ha messo la parola fine ad un lavoro lungo e meticoloso, con un testo che – ha spiegato il presidente Pecorella – sarà “trasmesso ai presidenti delle due Camere e alle autorità interessate”.

I rapporti scritti da Natale De Grazia ,  alle procure di Reggio Calabria e Paola , giacciono fra venti enormi faldoni  , chiusi in un  ufficio del terzo piano del Tribunale di Paola.  Ebbi modo di consultarli e fotocopiarne quasi mille documenti, a seguito di una denuncia per diffamazione che la società Messina, proprietaria della Motonave Rosso, mi aveva intentato a causa di miei articoli . Denuncia che venne archiviata e che comunque mi dette la possibilità di poter consultare per un mese di seguito tutti quei faldoni.

Il mio libro sulle Navi dei veleni uscito nel 2010

Quei venti faldoni rappresentano l’inchiesta del sostituto procuratore Francesco Greco, ora trasferito nel tribunale di Lagonegro, aperta nel 2005. Un inchiesta che aveva dato speranza nel poter dipanare la matassa volutamente ingarbugliata, ma che bastava farla ripartire da zero per capirne tutto lo svolgimento. Come aveva fatto De Grazia. Ed invece improvvisamente ecco che lo stesso Pm Greco , nel gennaio 2009, ne chiede l’archiviazione. Confermata a maggio dello stesso anno dal giudice Carpino.

Amen per la Marlane di Praia a Mare ( Cosenza)

Le vasche della morte

La Corte d’Appello di Catanzaro presieduta dal giudice Gabriella Reillo ha messo la parola fine alla vicenda Marlane. Grazie a questo giudice ora tutto il terreno della Marlane potrà essere tombato definitivamente. Nessuno più saprà cosa vi è stato seppellito, nessuno più potrà lamentarsi e dolersi dei tumori passati e futuri e più di tutto nessuno saprà di cosa sono morti i 107 operai della fabbrica, accertati dalla procura di Paola, né perché altre decine di operai  si sono ammalati di tumori vari. Il giudice Reillo, nell’udienza del 25 novembre,  ha ritenuto che non erano più necessari nuovi accertamenti su quei terreni nonostante la richiesta venisse dal Procuratore Generale  Salvatore Curcio, oltre che dalla Procura di Paola. La giustizia salva sempre se stessa, l’assoluzione in primo grado venne dal presidente del collegio dott. Introcaso, che immediatamente dopo venne promosso Presidente della Corte d’Appello di Catanzaro. Il giudice Reillo non fa che seguire la linea aperta a Paola da Introcaso. Non avremo così una verità giudiziaria, c’era da aspettarselo d’altronde, ma esiste un’altra verità che è quella che viene fuori dai racconti degli operai sopravvissuti e dai familiari. La verità vera, una verità che è all’opposto di quella giudiziaria. Tutti coloro che hanno lavorato in quella fabbrica, e parliamo di migliaia  di operai e delle loro famiglie, sanno che in quei terreni , posti al confine fra Praia a Mare e Tortora,  vennero  sepolti tonnellate di rifiuti di ogni genere provenienti da quella stessa  fabbrica.

Francesco De Palma intervistato pochi mesi prima di morire

Lo disse Francesco De Palma che era l’operaio incaricato a seppellirli ogni sabato, quando la fabbrica era chiusa. De Palma non venne mai chiamato a testimoniare durante le udienze del processo a Paola, e nemmeno dopo la sua morte si volle sentire la sua testimonianza in una video intervista fatta da militanti ambientalisti. Non si vollero neanche sentire i carabinieri di Scalea che fermarono un camion pieno di rifiuti provenienti dalla Marlane e destinati ad essere seppelliti a Costapisola. Non si volle tener conto di tutte le testimonianze di familiari ed ex operai che con coraggio dissero la loro verità durante il processo a Paola.

La testimonianza dell'ex operaio Luigi Pacchiano

Non si volle tener conto della testimonianza di Luigi Pacchiano, ex operaio colpito da un tumore,  memoria storica della fabbrica che testimoniò per sei ore di seguito rivelando tutto l’andazzo di quella fabbrica di veleni.   Non si volle tener conto dei rifiuti tossici trovati dai Vigili del Fuoco all’interno della fabbrica, né delle perizie di eminenti esperti del settore, nominati anche dalla stessa Procura di Paola nel novembre del 2007.  Si chiude così un capitolo vergognoso su una vicenda della quale i media nazionali non hanno mai voluto occuparsi così come fatto per tanti altri fatti simili a questo della Marlane. Purtroppo Praia a Mare si trova in Calabria, è una cittadina a vocazione turistica, ha un padrone sindaco che governa da oltre venti anni e che ha creato un sistema Marlane imponendo il silenzio su tutto, e costringendo al silenzio sindacati ( CGIl,Cisl e Uil che ricevevano l’indotto della produzione) , Asl ( che non facevano i controlli necessari) , Vigili Urbani ( che non vedevano l’andirivieni dei camion di rifiuti), Prefettura ( che mai si è occupata del caso), Procura ( che ha occultato le denunce degli operai fino al 2009), carabinieri ( che mai sono entrati nella fabbrica per accertarsi delle morti continue degli operai), medici ( che non facevano il loro dovere di visite agli operai) . Un sindaco che  per soli quattro anni non ha governato, ma che ha al suo posto ha governato un altro personaggio  imputato nell’inchiesta quale Lomonaco.  Era lui l’esperto chimico al controllo dei materiali tossici che venivano usati nella fabbrica ed è lui che è stato anche dirigente della fabbrica senza mai accorgersi di nulla. Gli operai sopravvissuti  testimoniarono  che quando arrivavano i bidoni pieni di prodotti chimici l’ordine era quello di staccare le etichette con il teschio per non far impaurire gli operai addetti alla preparazione dei prodotti liquidi che servivano per la colorazione dei tessuti.  I prodotti sprigionavano per tutta la fabbrica un vapore  denso di veleni che veniva respirato da tutti gli operai sprovvisti di mascherine, tute e guanti.

Operaie ai telai

A questi vapori si aggiungevano i freni dei telai che sprigionavano nell’aria polvere di amianto. Per questo gli operai si ammalavano e  morivano come mosche , per questo quando tornavano a  casa erano sporchi di fuliggine, neri come se avessero lavorato in una miniera di carbone. Lo hanno testimoniato le mogli degli operai durante il processo a Paola. E in tutta risposta i “principi del foro”, deridendole le chiedevano se il marito era un fumatore.   Non poteva finire diversamente, in effetti questo processo.

Sostanze tossiche ritrovate nei terreni Marlane

L’alleato  stretto dei due sindaci  è  il padrone della ex fabbrica ,  un potente uomo d’affari legato alla Confindustria e di conseguenza ai poteri forti, parliamo della famiglia Marzotto. Marzotto non è un imprenditore qualsiasi. Ha mani dappertutto in Veneto. Fabbriche ancora funzionanti con un migliaio di operai, fabbriche tessili e anche inceneritori come quello a Portogruaro gestito dalla Zignago Power, oltre alla Marlane stessa trasferita nei paesi dell’est a Brno,  trasformata in  Nova Molisana a e la Sametex acquistata con 10 milioni di euro. I Marzotto uscirono quasi indenni da un’inchiesta  aperta dalla Guardia di Finanza, su richiesta dei pm milanesi Laura Pedio e Gaetano Ruta, che ordinarono il  sequestro di  immobili, tra cui una villa a Cortina e appartamenti a Roma, Milano e un villa a Trissino (VI), appartenenti alla famiglia Marzotto e Donà dalle Rose, iscrivendo nel registro degli indagati tredici persone, tra cui Matteo e Massimo Caputi, ex azionista di Valentino ed ex numero uno di Idea Fimit, per il reato di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi.  Le indagini ruotarono intorno alla cessione – da parte della holding di famiglia Icg, domiciliata in Lussemburgo – della maggioranza delle quote nella maison Valentino al fondo Permira. Operazione che risale al 2007, grazie alla quale la famiglia ha realizzato una plusvalenza di 200 milioni di euro, su cui non sarebbe stato versato alcun contributo al fisco italiano, pari a 65 milioni di euro. Secondo le Fiamme Gialle, la testa operativa della holding lussemburghese sarebbe nei fatti in Italia, e dunque i Marzotto avrebbero dovuto dichiarare tutto all’Agenzia delle Entrate. Per la cronaca, Permira ha poi rivenduto la casa fondata da Valentino Garavani per 700 milioni di euro a Mayholla, fondo d’investimento riconducibile alla famiglia del Qatar. Alla fine se la cavarono con qualche milione di euro in un clamoroso patteggiamento. Ma tant’è lo stato poi si accanisce sui poveri che non riescono a pagare qualche rata del mutuo e gli sequestrano la casa. E a difesa di questi personaggi  sia a Paola che in Corte d’Appello a Catanzaro si sono presentati uno stuolo di avvocati, pagati profumatamente e di “grido” o come si suol dire Principi del Foro, quali l’avv. Ghedini  difensore di Berlusconi, l’avv. Giarda, l’avv. Perugini, l’avv.Pittelli  ex senatore di Forza Italia coinvolto nella vicenda Whi Not  e recentemente assolto, amico di fascisti come Delle Chiaie, che a dispregio dei familiari presenti in aula,  durante un’udienza nel Tribunale di Paola leggeva il libro dello stragista. Personaggi altisonanti che arrivavano scortati da segretarie e da trolley, e che se la ridevano di tutto e di tutti forti dei loro nomi e delle famiglie che rappresentavano. Oggi a distanza di oltre 15 anni tutti i reati dei quali erano accusati i tredici imputati sono quasi tutti prescritti e resta solo quello di disastro ambientale. Ma se non ci sono più perizie suppletive come era stato richiesto dal Procuratore generale tutto finirà in una bolla di sapone, come previsto da copione. La prossima udienza è per il 12 gennaio del prossimo anno e Marzotto avrà una nuova assoluzione. In seguito  grazie alla complicità del sindaco Praticò potrà coronare una nuova idea di speculazione edilizia su quei terreni maledetti che non verranno bonificati. Una speculazione che vedrà la nascita di un grande centro commerciale, una darsena con annesso albergo. Tutto questo grazie alle sentenze di  Paola e Catanzaro e grazie al  sindaco di Praia a Mare Antonio  Praticò, che prepara così la sua prossima campagna elettorale a suon di assunzioni per quanto verrà costruito su quei terreni.

 

Mastrogiovanni : Una sentenza vergognosa !

16 Novembre 2016 |  Tagged , , | Commenti disabilitati

L’appuntamento era alle 9,30 davanti la Corte d’Appello di Salerno. Da lì a poco sarebbe iniziata l’udienza per la vicenda del maestro Francesco Mastrogiovanni  morto nell’ospedale di Vallo della Lucania nel 2009 a seguito di un ricovero forzato tramite TSO firmato dal sindaco di allora Angelo Vassallo. Pensiamo di trovare fuori il tribunale un presidio di associazioni, partiti, grillini, radicali, centri sociali, gialli, verdi, rossi, rosa e così via, ed invece non c’è nessuno  evidentemente tutti impegnati per il referendum. Ci sono i familiari di Francesco Mastrogiovanni e l’editore anarchico Giuseppe  Galzerano , il telefono Viola, qualche amico e le Tv regionali. A chi vuoi che interessi una storia simile. Eppure la storia di Mastrogiovanni è una storia comune, di quelle che potrebbero capitare a tutti. La sua “cattura” ha dell’incredibile.

E’ il 2009, Mastrogiovanni viene inseguito dai vigili del paesino di San Mauro Cilento, dove Francesco trascorreva tranquillamente le sue vacanze, riconosciuto da questi per aver attraversato  con la sua auto l’isola pedonale di Acciaroli.  Non sapremo mai perché Francesco ha avuto questo comportamento , fatto sta che questa ,diciamo trasgressione, non aveva causato danni a nessuno e poteva finire lì con una semplice multa. Invece ecco l’accanimento contro questa persona, anarchica e poco incline ad ubbidire alle autorità pur essendo un maestro elementare stimato ed amato da tutti i suoi alunni. Francesco viene individuato dai vigili  ad Acciaroli, il giorno dopo  mentre fa il bagno, dicono che fosse nudo . Francesco visti i vigili andare verso di lui resta in acqua per oltre due ore e si mette a cantare canzoni anarchiche.  Capisce che sono lì per lui e non vuole farsi prendere.  Preso dalla stanchezza  dopo due ore decide di uscire, pensando di risolverla lì. I vigili invece subito lo afferrano come un pericoloso criminale e lo portano  direttamente all’ospedale di Vallo della Lucania nel reparto psichiatrico. Hanno già in mano il TSO firmato dal sindaco e con violenza lo scagliano nell’ambulanza mentre lui urla di non essere portato all’Ospedale di Vallo dove sarebbe stato ucciso. E’ il 31 luglio del 2009 e prima di salire sull’ambulanza, Mastrogiovanni supplica: «Non mi fate portare all’ospedale di Vallo della Lucania, perché li mi ammazzano», ma nessuno da peso alle sue parole. Mastrogiovanni già conosceva cosa voleva dire la detenzione. Vi era stato a venti anni, tra il 1972 e il 1973,   dopo un‘aggressione fascista.  Una carcerazione ingiusta la, nove lunghi mesi tra Salerno e Napoli. Il ventenne Mastrogiovanni, vicino al movimento anarchico, finisce dentro per essersi beccato una coltellata nello scontro che si concluderà con la morte di Carlo Falvella, segretario locale del Fuan, l’associazione degli studenti missini. In ospedale comunque, il comportamento di Francesco si dimostra abbastanza tranquillo. Saluta tutti i medici che incontra  e dopo mezz’ora dal suo arrivo arriva l’ordine di contenzione. I medici avrebbero potuto chiamare i familiari, avvertirli di quanto stava avvenendo, ed invece tutto avviene a loro insaputa. Francesco viene condotto in una stanza , dove c’è già un altro paziente e messo  a letto si addormenta. Mentre dorme gli infermieri, dietro ordine dei medici, lo legano mani e piedi. Il risveglio di Mastrogiovanni deve essere stato terribile. Immaginiamoci un momento al suo posto. Nemmeno Kafka riuscirebbe ad immaginarlo. Gregor Samsa , in Metamorfosi,  si svegliò trasformato in un insetto, ma era libero di muoversi e pensare. Mastrogiovanni,  no, non è in un romanzo di kafka , si risveglia immobilizzato, e così resterà per ben 88 ore, senza mangiare, né bere , ne poter fare i suoi bisogni. E anche una volta che è stata accertata la sua morte, resterà legato per altre sei ore, dimenticato forse dagli infermieri e dai medici . Una tortura vera e propria che grazie ad alcuni video si è riusciti a risalire ai responsabili. Undici infermieri  e sei medici passarono da quella sala della tortura e tutti vennero processati nel tribunale di Vallo della Lucania. Il tribunale stabilì la loro colpevolezza e li condannò a condanne variabili fra un anno e cinque anni oltre che all’interdizione dai pubblici uffici per ben cinque anni assolvendo però gli undici infermieri.

L’appello a Salerno ha stravolto in parte questa sentenza . Pene ridotte ma condanne per tutti, compresi gli undici infermieri assolti e niente interdizione  . Condannati tutti al pagamento delle spese processuali e ad il risarcimento civile da decidere in altra sede. Una sentenza a metà, come siamo abituati oramai da sempre assistendo a questi processi.    Bisognerà comunque attendere la lettura completa delle motivazioni della sentenza per  avere un quadro definitivo. La cosa certa al momento  è che tutti sono stati riconosciuti colpevoli di sequestro di persona, falso ideologico e morte in conseguenza di altro reato.  Concludendo:  7 anni fa 16 persone tra medici e infermieri dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania hanno legato a un letto d’ospedale Franco Mastrogiovanni, lo hanno tenuto legato per 4 giorni facendolo morire di  fame e di sete. Dopo 7 anni di indagini e processi le 16 persone vengono ritenute colpevoli, dal tribunale di Salerno, ma  la pena è sospesa così come è revocata la sospensione dai pubblici uffici. Insomma gli aguzzini di Franco Mastrogiovanni non andranno in carcere ( e mi sta anche bene questo)  , non avranno nessuna pena alternativa al carcere, e potranno continuare a lavorare nello stesso reparto, in attesa di un nuovo Mastrogiovanni. La chiamate giustizia questa ? Qualcuno è contento di questa sentenza come  il Presidente della Commissione Diritti umani del Senato,  Luigi Manconi «Si tratta di un verdetto importantissimo che sanziona comportamenti di inaudita gravità da parte del personale sanitario», è il suo commento. Per il segretario dei radicali Italiani Riccardo Magi, invece, la sentenza «afferma il principio per cui la qualificazione professionale dell’infermiere e la manifesta criminosità della condizione a cui era stato ridotto Franco Mastrogiovanni, impongono di condannare chi ha assistito ed avallato con il suo operato tutto ciò senza opporvisi». Forse è il momento di intraprendere una battaglia per eliminare il TSO, che da un potere illimitato ai sindaci che firmano senza neanche sapere cosa sia successo fidandosi dei rapporti di vigili e carabinieri.

http://www.youreporter.it/video_Sentenza_Mastrogiovanni

Nelle antiche culture occidentali ed orientali la natura era considerata “sacra”. I boschi erano considerati “Lucus” degli dei  e per questo venivano protetti. La prima legge di protezione dei boschi risale all’epoca romana e venne redatta per difendere il bosco di Spoleto nel terzo secolo a.C. . La lapide dove è scritta  in latino la prima  “Lex luci Spoletina” così recita :

 « Questo bosco sacro nessuno profani, né alcuno asporti su carro o a braccia ciò che al bosco sacro appartenga, né lo tagli, se non nel giorno in cui sarà fatto il sacrificio annuo; in quel giorno sia lecito tagliarlo senza commettere azione illegale in quanto lo si faccia per il sacrificio. Se qualcuno [contro queste disposizioni] lo profanerà, faccia espiazione offrendo un bue a Giove ed inoltre paghi 300 assi di multa. Il compito di far rispettare l’obbligo tanto dell’espiazione quanto della multa sia svolto dal dicator. »

Purtroppo questi principi “sacri” che rispettavano i boschi, la natura si sono persi nel tempo. Anche nella stessa epoca romana, si conquistavano regioni e nazioni pur di aver legname. La Sila calabrese è stata tagliata  e rasa al suolo dai romani fino ai piemontesi, che ne hanno fatto legna per costruire la città imperiale. Finanche il Vaticano si servì del legno della Sila, quando venne costruito e lo usò Michelangelo Buonarroti per i ponteggi per suoi affreschi nella Cappella Sistina.  Negli anni 60 con l’esplosione del boom economico non si è guardato a niente pur di guadagnare. Non solo i boschi non sono stati più considerati sacri ma neanche la vita umana. Il lavoro e la produzione prima di tutto, e il resto non è nulla. L’ambiente viene ridotto a zero. Bisognerà aspettare gli anni 80 con la nascita delle associazioni ambientaliste e dei  primi partiti verdi perché la questione ambiente ritorni al primo posto e l’ambiente possa essere considerato area “sacra”. Ma il danno , durato secoli era stato fatto. Nel Dna delle persone e dei politici principalmente , la natura diventava qualcosa di secondo piano e ridotta a puro consumo. L’indignazione per il taglio di un bosco, per un cemento su una spiaggia, per una collina sventrata era oramai prassi comune. Anche la stessa enciclica di papa Francesco non è servita a nulla. Carta da bruciare assieme al legno. Il sacro non esiste più, la sacralità dei luoghi così come della vita umana è ridotta a zero. Ecco perché uno dei luoghi più belli al mondo, lo stretto di Messina , potrà essere devastato. Ecco perché nessuno , se non i soliti addetti al lavoro, si è indignato, prima con Berlusconi e oggi con Renzi sull’assurda proposta di costruire un orrore, che stravolgerà per millenni, salvo un provvidenziale terremoto nella sola area del ponte senza vittime umane, tutta la costa calabrese e siciliana. Il Ponte sullo stretto, se mai il progetto dovesse andare avanti e diventare reale,  deve essere la madre di tutte le battaglie. Superiore alle lotte contro il Tav, superiore a tutte le lotte oggi in corso, in tutta Europa. Niente potrà essere eguagliato a tale distruzione, in quanto il peso ambientale sarebbe l’equivalente ad una distruzione atomica.

La ‘ndrangheta in Calabria è forte, non solo perché pesca nel disagio sociale esistente da cento anni, o nel degrado delle periferie della provincia e delle città, ma perché è agganciata e ne fa parte integrante, alle istituzioni ed a pezzi della società civile. Il nostro mafioso o ‘ndranghetista, non è il personaggio rappresentato spesso in film e libri di storia, ignorante, pastore, con gli occhi di assassino, odiato e temuto da tutti, ma è una persona spesso per bene, che gestisce attività commerciali, che ha vaste famiglie imparentate fra di loro tramite comparaggi, che ha buone amicizie politiche e soprattutto grande disponibilità di danaro per corrompere carabinieri, giudici, poliziotti, finanzieri,guardie, amministratori, sindaci, preti fino all’ultimo amministratore di un condominio. Il mafioso avendo addentellati nella magistratura e nei tribunali, riesce a gestire tutto e riesce anche a gestire sentenze. Politici corrotti e inquisiti se non arrestati per reati gravi si trovano nelle commissioni per l’invalidità, gestendo così il dolore della gente comune, costretta a rivolgersi a loro per avere qualche punteggio in più.

Il caso di Gabriele Carchidi condannato a otto mesi per diffamazione per aver scritto di carabinieri di Cosenza collusi con la mafia è l’ultimo episodio. Nel tempo ce ne sono stati decine e decine di giornalisti che avendo scritto di ‘ndrangheta e potere politico e massonico sono stati querelati e condannati. Io personalmente avrò subito una quindicina di processi, fra i tribunali di Rossano, Lametia T, Paola e Cosenza per articoli e inchieste su cosa davvero avviene nella nostra regione, processi avvenuti nella massima solitudine, senza telecamere e interviste . In effetti di queste cose di “provincia” la stampa nazionale e quella regionale non se ne occupa, presa com’è dalle grandi storie legate spesso a personaggi mediatici sempre presenti nelle Tv. Noi siamo periferia dell’impero, siamo in una terra bruciata, e spesso attorno a noi ci sentiamo dire spesso “ma chi te lo fa fare”, piuttosto che incoraggiamento a continuare per cercare di salvare il salvabile. La ‘ndrangheta cerca consenso sociale è per questo che si circonda di utili idioti e mosche cocchiere.

In una favola di Jean de La Fontaine c’è la spiegazione di questo detto. Leggetevela e capirete. Ebbene oggi le mosche cocchiere sono quelle persone che non partecipano a nessuna parte della vita politica di un paese ma che si fanno vive in determinate occasioni, per poter dire, avete visto sono intervenuta io e ho messo le cose a posto con quel tizio che rompeva le scatole. In questi giorni mi sono trovato sotto attacco, nei social, di speculatori edilizi di vecchia data. Gente che ha avuto a che fare con la mafia, apparentata a mafiosi conclamati,conosciuti cementificatori. Molti mi hanno espresso solidarietà, ma lo hanno fatto per strada quasi di nascosto, senza metterci la faccia sui social, così come invece hanno fatto le mosche cocchiere. Non succede solo a me. Anche a Praia a mare, a San Nicola, a Tortora, dove per fortuna ancora ci sono ambientalisti di strada, questi si sentono attorno , per le loro denunce,velate minacce, doppi sensi, sussurri nelle orecchie, in poche parole per dirla alla Razzi “ fatti li cazzi tua”. Le mosche cocchiere esistono, perché le istituzioni non esistono. Perché lo stato sono loro, perché sono loro che controllano la società e vivono mantenendo un equilibrio sociale che permette loro all’ ora x della loro vita di essere rappresentanti di qualcosa. Li vedi spuntare nelle liste, così, all’improvviso, senza che abbiano mai fatto attività politica, e pensi che non prendano voti, ma poi li vedi eletti sindaci, consiglieri, e li vedi passeggiare con magistrati, carabinieri, deputati. Questo sistema di cose fa si che l’abuso edilizio, il danno ambientale rimanga impunito. Fa sì che lo speculatore , il cementificatore, non ha bisogno di fare l’abusivo, come fa il contadino, o il semplice cittadino stanco delle burocrazie e dei rifiuti continui da parte dell’amministrazione, costruisce con tutte le autorizzazioni necessarie, da quella dell’ufficio tecnico comunale alla soprintendenza dei beni ambientali, alla provincia, alla regione e se necessario anche dal Ministero dell’ambiente. Ecco perché tutto resta impunito nella nostra regione.

Al momento non sappiamo come si comporterà l’amministrazione comunale di Diamante a proposito del “palestrone” di Cirella di proprietà dell’arch. Savarese. Verrà concesso il cambio di destinazione d’uso da struttura a fini sanitari per una palestra riabilitativa per disabili a ennesima speculazione turistica ? Lo sapremo presto e sapremo quanto peso ha a Diamante questo incallito speculatore amico di potenti. Uno speculatore incallito come l’arch. Savarese conosciuto in Sila, in Puglia e naturalmente a Diamante come grande cementificatore, si prepara alle prossime elezioni comunali del suo paese cercando di accreditarsi ancora una volta , nonostante le precedenti sconfitte, come benefattore, credibile, attaccando giornalisti e ambientalisti che si sono sempre occupati della sua attività speculativa. In una “lettera aperta” mandata in giro sui social e al giornale web Iacchitè,  l’architetto ricostruisce a modo suo la sua storia politica, definendosi legalista, benefattore, attento al territorio, e appartenente alla “destra radicale”, mettendo in mezzo me nella sua diatriba, come se io avessi informatori del Ros o dei palazzi di giustizia che frequento solo come imputato . In effetti a Diamante nessuno si è mai accorto di questa sua indole “ radicale” di cui parla l’Arch. Savarese, quando parla di se stesso, tutt’al più per un certo periodo risultava legato ad Alleanza Nazionale di Fini, che era una specie di Democrazia Cristiana di destra. Mi da per morto, nella sua “lettera aperta”  ma per fortuna ancora scrivo. Lui si definisce, uno che ha sempre voluto il bene del paese, che si è prodigato per la gente, che si è speso per tutti, ma che in effetti ha sempre considerato i diamantesi come merce da comprare…” con cinquanta euro mi compro ogni voto” disse nella sua prima campagna elettorale nel 2000. Parlare di lui è come sparare sulla Croce rossa, ma lui mi ha chiamato in causa, in una vicenda che non mi appartiene , solo perché il buon  Gabriele Carchidi, mi ha citato in un suo articolo. Gabriele mi cita spesso e lo fa , perché mi stima e perché sa che io dico sempre e solo la verità dei fatti. La verità vera di questo architetto , “radicale di destra” è che è sempre stato un uomo di potere , ben strutturato nei gangli delle amministrazioni comunali e regionali, almeno fino al 2007, e ben accriccato con magistrati di quella fogna che è stata la Procura della Repubblica  di Paola negli anni 80. E’ citato più volte nel famoso rapporto Granero per i suoi legami con magistrati corrotti e con ambienti malavitosi dell’epoca e la sua storia è uscita nel famoso libro di Perri “ Come nasce una mafia “. L’architetto “benefattore” grazie  alle sue potenti amicizie in campo politico,specialmente quelle democristiane dell’epoca, con le quali ha sempre saputo giocare, votando a livello regionale le persone giuste ( non ha mai fatto campagna politica per la cosiddetta “destra radicale” né mai partecipato a convegni e manifestazioni indette dalla stessa), è riuscito a farla franca. Socio e amico dell’ex deputato dell’Udeur Bonaventura Lamacchia ha fatto propaganda elettorale per lui nel 1999. Nel 2006 venne rinviato a giudizio assieme a Lamacchia per usura avvenuta a Camigliatello Silano, in seguito Lamacchia venne arrestato. Vi sembra questo un uomo contro il potere ?  Anzi , la sua indole democristiana l’ha portato a essere il più grande speculatore della costa tirrenica, distruttore di colline a Diamante, costruendo ovunque finanche attorno al Mausoleo di Cirella,in area protetta e a San Nicola A. nel famoso Hotel Bridge.  Dalla costa tirrenica si è espanso fino in  Puglia ed in Sila dove ebbe guai giudiziari, sempre per abusivismo edilizio .

L’ultima sua speculazione a Diamante avvenne a ridosso del cimitero di Diamante dove per permettergli di costruirvi l’amministrazione comunale dell’epoca approvò in consiglio comunale la riduzione dei limiti di edificabilità da 150 metri a 50 metri, sia verso il cimitero che verso la sorgente dell’acquedotto comunale . Un terreno acquistato con poche lire da un piccolo imprenditore come terreno industriale, (vi doveva nascere una fabbrica di pneumatici), e poi diventato magicamente edificabile con la riduzione dei limiti.  Solo un uomo di potere avrebbe potuto fare ciò. Negli anni 80 a Diamante tutto passava da lui e dalle sue società. Il lungomare nuovo abbattuto più volte dalla furia del mare, costruito sulla sabbia e con la sabbia fu opera sua. Un’ opera costata circa un miliardo di vecchie lire svaniti tutti nel nulla, tra sabbia e finte colonne di cemento che permisero al mare di distruggere più volte la struttura.  Le continue riparazioni del lungomare sono costate milioni di euro , soldi pubblici incassati da ditte che poi continuavano a gettare sabbia su sabbia. Così il cambio veloce dei terreni attorno al Municipio ed agli uffici dell’Asl,  dove costruì  decine di appartamenti.

Ammette lui  stesso degli incarichi ricevuti a Diamante, anche in modo contraddittorio, così come è la sua personalità .

Lui scrive : Nel 1978 sono stato nominato progettista del PRG, insieme all’ing. Clausi ed all’ing. Adrianopoli, ma nell’anno 1980 ho rassegnato le dimissioni a causa di una mia diversa visione sulla pianificazione territoriale rispetto a quella che l’A.C. voleva fosse programmata. Volevo che si prevedessero solo interventi di riqualificazione urbana senza ampliamenti delle aree edificabili. ? Ho sempre sostenuto che il territorio è un bene da preservare, in quanto trattasi di un bene non riproducibile!”

Cioè dopo aver cementificato mezza Diamante voleva interventi di riqualificazione urbanistica perché il territorio è un bene da preservare !!!!!! veramente ci vorrebbe un premio a questo speculatore da parte del WWF oltre che una visita psichiatrica !! Per fortuna non ci crede nessuno a queste sue elucubrazioni mentali. Ma riuscite ad immaginarvi un uomo non di potere, come scrive lui, inviso a tutti, come dice lui, che proprio nel bel mezzo della speculazione edilizia a Diamante riceve l’incarico di progettista del Piano regolatore, un incarico agognato da tutti i progettisti del paese !!!!! L’avrà ottenuto questo “piccolo” incarico forse perchè segnalato da Renzo Piano ??!!! Durante il suo incarico tutto è stato costruibile a Diamante, ogni abuso, ogni cementificazione, ovunque è stata possibile, grazie a lui. I cittadini si sono subito messi all’opera cambiando destinazioni d’uso a garage, magazzini e finanche ai sottotetti, da lui subito fatti condonare o approvare con appigli legali dettati all’amministrazione comunale. 37 furono i sottotetti trasformati tutti in quella paccottiglia elettorale che ogni volta riesce a mettere insieme raggiungendo si e no i cento voti necessari per fargli fare il consigliere comunale  .

Ma nel 2007 si rompono gli equilibri politici nel paese. Lui viene isolato, cerca di entrare in gioco con una lista politica, fatta di gente comune, ma viene sconfitto. Ma a lui non interessa , basta che sia consigliere comunale, in modo che può entrare e uscire a piacimento negli uffici tecnici del Comune dove ha sempre avuto solide amicizie.

Se avesse vinto aveva pronte nuove speculazioni. Magorno da sindaco gli si mise contro e progetti già pronti e in parte approvati, società edilizie già pronte, ruspe pronte per sventrare le colline di Cirella attorno ai ruderi con centinaia di ville e villette e lungo la costa collinare a Diamante vennero fermate. Le società  ed i progettisti , sua moglie, si rivolsero al Tar ed al Consiglio di Stato, ma sia la Soprintendenza che il nuovo allargamento dell’area archeologica su Cirella, votata dal consiglio comunale bocciò tutti i suoi piani. Anche il centro storico del paese avrebbe subito una devastazione per un albergo, da lui sponsorizzato, che alzò un piano abusivo in largo Savonarola e che l’amministrazione comunale fece demolire. Questo è il bene che l’arch. Savarese vorrebbe per Diamante che per fortuna lo ha sempre bocciato.  Scarso un centinaio di voti prese nelle ultime elezioni comunali e non venne eletto consigliere di opposizione, ma costrinse la sua cugina , che lui stesso aveva messo come capolista di “Diamante futura” a dimettersi per subentrare lui stesso. Lei che durante i comizi aveva sempre detto in pubblico che la sua candidatura non serviva come copertura di nessuno. E si è visto. Non ha mai messo piede in consiglio comunale la capolista, neanche per dimettersi, fatte per lettera.

Ma torniamo alla questione “palestrone”. Eccolo oggi, il nemico dei poteri,  all’attacco dell’amministrazione comunale di Diamante per un semplice motivo. Ha acquistato dalla famiglia Surace, il famoso “Palestrone” di Cirella ed ora ha bisogno di un’approvazione in giunta e in  consiglio comunale per un cambio di destinazione d’uso. Si chiama “Palestrone” perché lì doveva sorgere una palestra o qualcosa di simile, in quanto nel piano regolatore quella zona è stata individuata come zona a scopi sanitari. Il committente fu il dott. Tricarico della Clinica di Belvedere M.mo, nella qualità di amministratore della società “T.M.West Coast Immobiliare” e l’incarico venne dato alla moglie di Savarese arch. Ermelinda Natalizi per la progettazione di un complesso sportivo multifunzionale . Il Quotidiano della Calabria diretto da Paride Leporace  nel 2004 ne fece una battaglia in difesa dell’ambiente e la Procura di Paola sequestrò a seguito delle denunce tutta la struttura.  In seguito la struttura venne bloccata più volte e scampò la demolizione grazie ad amicizie potenti dei precedenti proprietari. Altro che inviso al potere, anzi agevolato in tutto e per tutto nonostante la Legambiente Nazionale inserì nel Dossier Mare Mostrum tale obbrobbio. Lì adesso, l’arch.Savarese,  vorrebbe costruire degli appartamenti, ha già presentato un progetto ,  ma sembra che ci siano delle forti opposizioni all’interno dell’attuale amministrazione comunale. Qualcuno è a favore, asserendo che oramai la struttura c’è e tanto vale terminarla,  ma altri sono contrari. Ma qui si tratta di fare cose spregevoli, perché quella struttura è potuta nascere ed ha potuto ottenere le autorizzazioni necessarie proprio perché struttura destinata a disabili, su un terreno non edificabile dal punto di vista turistico residenziale, non a caso presentato dal dott. Tricarico. Gli uffici tecnici , la giunta, il consiglio comunale si assumeranno  la responsabilità di stravolgere tutto ? Vedremo.  Di sicuro non lo farà l’altra opposizione che è quella rappresentata dai giovani di “Per una diamante migliore” che hanno fatto della legalità il loro cavallo di battaglia sin dal loro insediamento. Ecco perché anche loro sono stati presi di mira nella sua “lettera aperta”, accusati di aver fatto il gioco di Magorno presentando una terza lista farlocca a suo dire.

Il gioco dell’architetto “perseguitato” dal potere sta ora in quello di “convincere” tutti a votare ed alzare la mano a questa sua nuova speculazione, forte anche di nuove amicizie con magistrati e procuratori con i quali spavaldamente si fa vedere in giro per il paese. Magistrati che lo hanno combattuto fino a pochi anni fa e messo sotto processo, ( non a lui direttamente perchè furbescamente mise la sua povera  mamma 80enne a capo della società)  proprio quando costruiva abusivamente vicino al cimitero e con i quali adesso pranza insieme.

Andiamo alla sua opposizione al porto di Santoro. Non lo fa per ambientalismo, per la difesa della costa, o per rispetto della legge, come facciamo da anni noi ambientalisti, lo fa solo per interessi suoi e tutela di interessi di altri. L’architetto è stato sempre pienamente d’accordo nel farlo, anche più grande di quello di Santoro,  (in un comizio disse che sopra la scogliera avrebbe realizzato una grossa piattaforma in cemento ),  per questo ha fiuto per gli affari, ma ha avuto le porte chiuse da Santoro stesso e ha quindi cominciato a contrastarlo per presentarsi con una sua società  di costruzione gestione. Nella sua ultima lista era presente il vecchio operatore del porticciolo di Diamante, completamente abusivo ( una parola che piace all’architetto) scalzato da Santoro stesso, prima suo alleato,  e con il quale è in lotta da anni con ricorsi e prese di posizione dure per cercare di diventare proprietario di qualcosa che non è suo.

Riguardo al “pompiere” , parola che ha usato verso di me, ringrazio l’architetto per avermelo ricordato, farò di tutto perché l’incendio della speculazione edilizia al Palestrone a Cirella non divampi e farò di tutto per spegnerlo. L’architetto dovrebbe sapere che i migliori incendiari sono proprio i pompieri che ben sanno come appiccarli.

 

 

Gli spettacolari giganti della Sila patrimonio dell'Unesco

Dire che il mare è l’UNICA RISORSA DELLA CALABRIA vuol dire non sapere nulla della nostra terra. Che lo dicono i turisti-bagnanti  lo si può anche capire, ma che lo dicono anche gli stessi calabresi è davvero grave e dimostra quanta ignoranza ci sia in circolazione . La Calabria ha mille risorse, e ripetere che lo è solo il MARE è come avere un armadio con mille camice nuove e linde e uscire solo con quella più vecchia e usurata. Il mare ovvero la RISORSA MARE appartiene oggi a quella categoria turistica fatta di soli venti giorni l’anno che da anni è abituata a spolpare  il turista-bagnante spesso “fai da te” che invade i nostri litorali solo per  puro divertimento, occupando “militarmente” un territorio trasformandolo in un unico e grande luna park. Un milione e mezzo nella fascia del tirreno superiore, un altro milione nella sibaritide, un altro ancora nel soveratese e altri sparsi fra il reggino e la costa viola. Un esercito di gente che vuole mangiare, divertirsi,bagnarsi, e basta. Questa mentalità ha portato alla speculazione edilizia negli anni 80. Una logica di occupazione che ha portato monnezza ovunque, la perdita delle tradizioni locali, la trasformazione di paesini vergini in puttane consumate svendendone la cucina, il modo di vivere , i ritmi lenti della giornata, i rapporti sociali.  Questi territori una volta ricchi di terra, collina, spiagge dorate , oggi vengono letteralmente occupati da una massa di gente alla quale non importa niente di chi vi vive percheè viene qui solo per divertirsi, andare a mare, giocare al pallone, sentire musica ad alto volume, fare grigliate nei villaggi vacanze, uscire la sera per ubriacarsi, farsi di coca ( non cola), girare per i vicoli pisciando ovunque, gridando fino alle 6 del mattino. Poi la mattina, questa stessa massa di persone,  se vedono una schiumetta eccoli  urlare contro il mondo intero, o se vedono non ritirare la loro monnezza non riciclata sotto la propria abitazione eccoli pronti ad andare a protestare sotto il municipio inveendo contro le amministrazioni. Loro, questa massa enorme di gente,  può fare qualsiasi cosa, con il motto coniato oramai da venti anni, “NOI PORTIAMO I SOLDI E SENZA DI NOI SARESTE ANCORA A ZAPPARE LA TERRA”, senza sapere che di sicuro era meglio zappare la terra che questa tutta questa monnezza.

Il meraviglioso Piano Gaudolino sul Pollino

Loro, questi turisti-mannari, usano  portare qui il loro modo di vivere, girando sempre in auto e mai a piedi o in bicicletta, buttando la monnezza ovunque senza rispettare orari e contenitori, così come fanno nelle loro città e paesi di provenienza perché diciamolo chiaramente, senza timore alcuno, i nostri turisti non vengono dal Trentino, né dal Friuli, né da Firenze, né dalla Germania o dalla Francia, ma da luoghi devastati anch’essi, dove si è perso il senso della bellezza e della convivenza civile. E ce lo meritiamo d’altra parte, perchè le amministrazioni degli anni 70-80 hanno svenduto la nostra terra, distrutto il nostro oro verde che era il cedro, cementificato la costa depredando le spiagge e i fiumi, senza un piano regolatore e favorendo speculatori legati alla delinquenza che hanno costruito ovunque abusivamente certi che nessuno li controllasse se costruivano su aree edificabili piuttosto che su arre demaniali, comunali, di uso civico, in vicinanza del mare e dei fiumi. Nessuno si oppose a questa devastazione. Tutti erano contenti e felici della ricchezza che sarebbe arrivata da lì a poco per tutti. Le amministrazioni comunali e regionali del tempo favorirono in ogni modo questo tipo di sviluppo con leggi regionali e locali. Si formò quindi una classe politica e dirigenziale legata a questa logica, che favorì personaggi improvvisati diventati direttori di alberghi o amministratori condominiali o sindaci acclamati dopo aver fatto i costruttori, i latifondisti o semplicemente qualche università senza neanche laurearsi. Le leggi favorirono l’abusivismo,  facendo si che si costruissero mega villaggi con mini appartamenti di 35-40 metri quadri che hanno permesso  quello che impropriamente viene chiamato “turismo di massa” e che invece è stato un turismo di abusivi che si sono messo a posto  in seguito,  e non tutti, grazie ai vari condoni edilizi a partire dagli anni 90 fino agli ultimi di chiave berlusconiana.

Nelle coste calabresi sono migliaia le case costruite abusivamente e molte di queste sono senza allacci fognari che permettono agli autorspurgo di guadagnare milioni di euro all’anno, scaricando spesso i liquami estratti dai pozzi neri nei nostri mari e fiumi piuttosto che negli appositi impianti. QUESTA E’ LA NOSTRA RISORSA MARE, questo il nostro turismo oramai INSOSTENIBILE. Con questo non andremo mai avanti, possibile che nessuno se ne rende conto ?

La Calabria potrebbe campare di un altro turismo, non per soli venti o trenta giorni, ma per tutto l’anno, spalmando l’economia dal piccolo al grande paese della Calabria, dalla prima all’ultima città. La RISORSA AMBIENTE  prima di tutto. I PARCHI MARINI istituiti e poi eliminati promettono un turismo del mare di qualità. Il rispetto del mare difeso dalla piccola pesca distruttiva fatta di gente che lo fa per hobby a favore dei pescatori locali, delle piccole imbarcazioni, delle aree protette e ripopolative. Lo stop allo strascico che distrugge la Posidonia permetterebbe il ripopolamento della fauna e della flora marina. Si incentiverebbe il turismo del sub fotografo, della pesca pilotata, delle imbarcazioni a vela ed a remi. RISORSA AMBIENTE vuol dire anche valorizzare la costa con percorsi collinari seguendo la traccia delle TORRI COSTIERE DI DIFESA. Opere bellissime sparse per tutta la Calabria . E QUINDI I NOSTRI PARCHI TERRESTI. Uno più bello dell’altro, con particolarità morfologiche uniche, ricche di paesaggi straordinari, di panorami unici, di bellezze che lasciano senza fiato. La Sila, il Pollino, le Serre, l’Aspromonte sono parchi naturali che non hanno niente da invidiare ai parchi nazionali già esistenti e pubblicizzati ovunque. L’UNESCO ha da poco dichiarato patrimonio mondiale la SILA ed è come se non fosse successo niente nella nostra regione. Una notizia passata  come le altre.

La magica città bruzia di Cossa a Castiglione di Paludi

Ma ecco un’altra risorsa, quella ARCHEOLOGICA.  Abbiamo decine di musei e aree archeologiche. La civiltà è nata qui in Calabria e sono decine i siti da poter visitare. Chi va a visitare un sito archeologico non porta il pallone o lo stereo. Porta libri, cultura, vuole conoscere la storia e rispetta quel luogo e ne vuole conoscere le tradizioni. LA RISORSA CENTRI STORICI. Cosenza, Reggio Calabria, Catanzaro, Vibo V., Roseto C.Spulico, Rocca Imperiale, Rossano  e decine e decine di altri paesi hanno centri storici medioevali bellissimi che non hanno nulla da invidiare ai percorsi medioevali della Toscana o dell’Umbria. Paesi che incantano quando li visitiamo facendoci dimenticare i nostri. IL MARE  quindi  solo  per  fare il bagno e prendere il sole sulla spiaggia diventa in questa logica l’ultima delle nostre risorse. Una mentalità creata appositamente per vedere appartamenti, fittare a cifre astronomiche,far da mangiare in improbabili ristoranti  a pesce congelato, perché nella nostra zona non esiste tutto il pesce che si mangia. Ma la gente, la massa, quelli che vogliono il divertimentificio, quelli che amano la pillola blu alla pillola rossa di Matrix, vogliono questo ed è per questo che loro sono qui. Non possiamo farci niente oramai. La politica è questa e noi abbiamo perso e non ci resta che andarcene, fuggire, scappare in attesa di tempi migliori.

La visione turistica del mare, è questa quella che passa nella testa della gente. Siccome il villeggiante viene nella nostra costa tirrenica per fare solo  e solamente il bagno e porta soldi che fanno campare alcune persone, allora il mare deve essere limpido e trasparente come lo è in Sardegna, in Puglia, in Grecia ,in Croazia. La Procura di Paola in base a questo principio ha messo sotto controllo da qualche anno i depuratori e qualche magagna l’ha scoperta, ma non è andata oltre, se non in un caso avvenuto in un controllo fatto qualche mese fa ad una ditta di auto spurgo di Praia dove mancavano quintali di litri di materiale spurgato dai pozzi neri. Partiamo da qui e cerco di dare qualche spiegazione partendo dalla esperienza di ambientalista  e giornalista di inchiesta che mi ha portato per decenni a visitare discariche, pozzi neri, rive dei fiumi e canali di scolo. Lo dico subito perché lo penso da anni e i sub di tutta la costa tirrenica possono dimostrarlo,  i nostri fondali sono una cloaca vera e propria. Nei fondali nostri vi sono depositati tonnellate e tonnellate di veleni sotto forma di melma appiccicosa, provenienti dagli auto spurgo, dai depuratori mal funzionanti, dagli scarichi abusivi nei fiumi, dalle navi che solcano il tirreno, dai motoscafi che sputano benzina e da montagne di spazzatura vera  propria proveniente si da nord che da sud trascinata qui dalle correnti marine. Perché forse pochi lo pensano,  i nostri mari non sono una piscina chiusa, ma un grande mare mosso da correnti . Questa melma si muove  e viene a galla quando c’è il mare mosso e quando passano i pescherecci con lo strascico . La capitaneria di porto di Cetraro e Maratea non hanno mai mosso un dito contro lo strascico e tutti sappiamo perché o almeno lo intuiamo dal momento che partono tutti dal porto di Cetraro.  Riporto una conversazione che un professionista di Cosenza con villa a mare a Cirella mi ha riferito di aver fatto con la capitaneria di porto di Maratea. Dunque il professionista stava facendo piccola pesca con la sua barchetta di fronte all’Isola di Cirella quando vede arrivare un peschereccio che fa strascico sotto i tre miglia della costa. Chiama immediatamente la Capitaneria di porto di Maratea e questi sapete cosa rispondono ? “ Ok mandiamo subito un mezzo “ ? Ma no,  gli  dicono candidamente, che non hanno mezzi per intervenire e che lui dovrebbe prendere il numero di targa del peschereccio. Il professionista dice di non riuscire a vederlo, questo numero di targa,  essendo lontano il peschereccio, e loro gli dicono di avvicinarsi al peschereccio fino a quando  non lo vede !!!!  Avete capito ? Il professionista capita l’antifona li saluta educatamente e interrompe la comunicazione. Facciamo due conti sui nostri fondali. La prima inchiesta della Procura di Paola che ha portato qualche anno fa alla chiusura ed all’arresto di tutto il personale del depuratore di San Sago a Tortora , processo andato in prescrizione, stabilì che da quel depuratore mancavano all’appello 7 milioni di litri di sangue proveniente da macellazione. Lo ripeto 7 milioni di litri di sangue. Poi il depuratore è passato ad altra ditta, ma erano sempre gli stessi, e due anni fa eccoli presi di nuovo con le mani nel sacco dalla Procura di Paola. Questa volta  tre dirigenti sono sotto processo, e questa volta la procura ha dimostrato tramite una perizia tecnica dell’ing. Magnanimi dell’Università di Cosenza, che oltre 4000 tonnellate di percolato era stato sversato nel fiume Noce. Insomma tutto questo materiale dove va a finire secondo voi ? Una parte entra nella catena alimentare e finisce sulle nostre tavole, altra parte si muove nei nostri fondali, anche quando l’acqua è limpida e splendente da far tranquillizzare il nostro turista. Bisognerebbe fare un’inchiesta fra i dermatologi quanti bambini escono dall’estate con funghi e malattie della pelle. Ma questa è un’altra storia. Dulcis in fundo. La nave Cunsky e la Jolly Rosso. Nel 2009 un pentito, ora deceduto, rivela che il clan Muto di Cetraro ha affondato tre navi nel nostro mediterraneo. Una davanti Cetraro, l’altra davanti Maratea e la terza davanti Melito Porto Salvo . Fonti venne creduto su tutti e tutto ma non sulle navi dei veleni. Ma la regione Calabria allora aveva l’assessore all’ambiente Greco che fece fare delle ricerche autonome e arrivò a fotografare la nave affondata. A questo punto intervenne il governo Berlusconi che mandò la Prestigiacomo a mettere fine a tutta la storia. L’altra nave , la Rosso invece riuscì a sbarcare tutto il suo materiale tossico nel fiume Oliva a Campora San Giovanni dove era piaggiata. Parliamo del 1990. Solo nel 2009 si decise dis cavare in quel fiume e trovare oltre centomila tonnellate di rifiuti tossici di ogni genere. Rifiuti che sotto forma di acque finivano nel nostro mare. Vogliamo ancora parlare della schiumetta a questo punto ?