Non bastavano i danni fatti dall’aviosuperficie di Scalea, lasciata costruire da tutte le autorità sul fiume Lao, ora si costruisce sul lato destro del fiume una lunga strada che dovrebbe congiungere il tirreno cosentino con Mormanno e l’autostrada del sole. La strada è stata finanziata dalla Provincia. Una strada dal costo complessivo di 100 milioni di euro. Il bando per l’inizio della pratiche di esproprio è stato già pubblicato. La delibera è stata approvata dalla Giunta provinciale del 12 gennaio 2006 che ne è l’ente attuatore.  I finanziamenti giungono attraverso il Programma quadro sulle infrastrutture attuato dal Governo e dalla Regione Calabria. Il primo lotto è di 10 milioni di euro ed i lavori sono iniziati dalla parte più “facile” che è da Scalea all’altezza dei Silos sul fiume Lao di fronte l’aviosuperficie . La strada in costruzione ha già messo a terra decine di contadini espropriando loro i terreni esistenti all’interno del progetto. Il progetto finale della strada dovrebbe attraversare il territorio di Santa Domenica Talao, Papasidero e infine dovrebbe giungere a Mormanno collegandosi all’Autostrada del sole. Ma la strada, e qui sta la prima “stranezza”  non percorrerà la vecchia 504, che parte da Scalea e va verso S.Domenica T., anche se nel bando è scritto “lavori di adeguamento dell’ex 504 Scalea – Mormanno. La strada partirà, molto più a sud, e precisamente dalla foce del fiume Lao , lo costeggerà per qualche chilometro poi piegherà verso Santa Domenica T. riprendendo una vecchia strada che attraversa una bellissima e lunga querceta. La strada sarà larga 9 metri e calcolando i bordi laterali si arriverà ad una larghezza massima di 15 metri. Centinaia già le coltivazioni di cedro sradicate e centinaia gli alberi di quercia a sughero che verranno abbattuti,. Inoltre nel progetto rientra l’abbattimento di una piccola chiesa, una o più abitazioni, per una strada che arriverà ai piedi di Santa Domenica T. senza poter proseguire chissà per quanti anni ancora. Questo perché manca l’autorizzazione da parte del Parco del Pollino. Difatti ci si chiede come si potrà autorizzare una strada che dovrebbe attraversare, prima la Riserva naturale del Fiume Lao, poi il Parco del Pollino per un centinaio di chilometri, passando per boschi bellissimi, corsi di fiumi, habitat naturali di grande pregio. Quindi la logica ci fa pensare che si inizia un lavoro ben sapendo che il resto non potrà mai giungere alla fine. Ma ancora una cosa vieterebbe la costruzione di questa strada. E’ il Progetto Integrato strategico della rete Ecologica regionale, approvato con delibera di Giunta  n.309 del 23 aprile 2003. Nel Progetto si parla di Corridoi verdi ecologici e di tutto ciò , sia flora che fauna , che vanno difesi all’interno di essi. Il bacino del Lao e fino a Santa Domenica Talao fanno parte di un corridoio verde che dal mare giunge fino al Pollino.  La strada che si sta costruendo , è illegalmente all’interno di questo corridoio verde . il protocollo d’intesa sulla realizzazione dei corridoi verdi porta la firma delle Comunità Montana di Verbicaro, dei comuni del parco, della Forestale, della provincia di Cosenza.

i lavori oggi

Una strada che contrasta quindi con leggi di protezione dell’ambiente vigenti, oltre che inutile, che non serve ai cittadini di santa Domenica T. che per recarsi a Scalea sceglieranno per comodità la vecchia 504. Per costruire l’inutile avio superficie, vennero abbattute tremila piante di cedro, ed ora al danno dell’abbattimento degli alberi anche la beffa di dover pagare , da parte del comune di Scalea un milione di euro ai proprietari che vennero abusivamente privati della loro terra. Terra che ancora una volta viene tolta a legittimi proprietari per costruire una strada che non porterà a nulla.

 

Di seguito i comunicati da parte delle associazioni ambientaliste

 

Comunicato-stampa dell’8 maggio 2006

Il Wwf Calabria esprime forte dissenso riguardo al progetto e all’autorizzazione alla costruzione della strada Scalea-Mormanno. Un sopralluogo, da parte del presidente regionale Alfredo Salzano, nelle zone interessate, ha messo in ulteriore evidenza, qualora ve ne fosse stato bisogno, la dannosità e l’inutilità dell’opera. Rispetto ai danni, le ragioni fondamentali che fanno dire no, con grande forza, al progetto sono: il taglio di circa un centinaio di querce da sughero, nell’agro di Santa Domenica Talao, l’attraversamento del Parco del Pollino e della foce del fiume Lao. Come non molte persone, forse, sanno, le querce da sughero sono esemplari della vegetazione mediterranea a rischio d’estinzione. Da anni il WWF sta promovendo campagne di tutela per questa specie, in tutto il Mediterraneo, per lo sfruttamento sostenibile della stessa, poichè l’estrazione del sughero non comporta il taglio dell’albero. Mediante incisione della corteccia, con particolari strumenti utilizzati da una manodopera molto specializzata, il fusto delle querce da sughero viene periodicamente decorticato, senza alcun danno per il resto dell’albero. La corteccia ricresce naturalmente, e quella asportata, opportunamente lavorata, dà come prodotto il tappo, manufatto tra i più eco-compatibili che possano esistere al mondo. Occorre aggiungere, inoltre che il periodo di vita di una quercia da sughero va dai 170 ai 250 anni; da ciò, si può dedurre quale possa essere l’utilità della presenza di una querceta, in ordine alla salvaguardia dell’ambiente, a differenza di una piantagione di eucalipto – specie usata sempre più spesso per soppiantare le quercie da sughero, per lo sfruttamento della cellulosa, per la quale, però, si rende necessario il taglio dell’albero. L’altro motivo, in ordine alla dannosità, è l’attraversamento del Parco del Pollino, il parco naturale più vasto d’Europa, dove la presenza di specie animali e vegetali spesso endemiche; l’esistenza di notevoli patrimoni archeologici, architettonici, storici ed antropologici ne fanno una rarissima riserva naturale, da proteggere e conservare gelosamente, attraverso azioni studiate e mirate alla creazione di un turismo davvero responsabile e sostenibile. A tali motivi, che da soli sarebbero già sufficienti, per un riesame radicale del progetto, si aggiunga l’inutilità dello stesso, come da più parti fatto rilevare, dal momento che la prevista strada Scalea-Mormanno non percorrerà la vecchia 504, la statale che da Scalea va a Santa Domenica Talao – che pure avrebbe bisogno di essere rivista e rammodernata -  e che comunque sarà sempre la strada più comoda da percorrere per gli abitanti del comprensorio. L’invito, dunque, ad enti ed istituzioni da parte del Wwf Calabria, è quello di rivedere, finchè si è in tempo, il progetto per evitare ulteriori scempi ad un territorio dove pochi ne sono stati risparmiati. Ai cittadini, ai proprietari dei terreni che dovrebbero essere espropriati, agli amici ambientalisti, i paladini del panda chiedono una decisa mobilitazione ed una ferma protesta per evitare che altro cemento sottragga sempre più preziose quote di ossigeno e civiltà.

 

Ufficio Stampa Wwf Calabria

 

Ufficio Stampa Wwf Calabria

 

E’ la strada che è un falso.

Il sindaco di santa Domenica Talao Salvatore Paolino risponde all’articolo uscito su Mezzoeuro riguardo alla strada Scalea Mormanno asserendo di aver detto il falso riguardo a  quanto scritto. Dicendo che come ambientalisti non abbiamo visto il progetto. Non è il  mio modo di fare né quello degli ambientalisti che quando si oppongono a qualcosa è perché sono ben documentati. Abbiamo visto i progetti, abbiamo parlato con i contadini che si sono visti espropriati i terreni, abbiamo fotografato tutto il percorso e ribadiamo quanto già scritto . Di seguito la risposta di Teresa Liguori di Italia Nostra , Alfredo Salzano del WWF e del sottoscritto.

 

Sig. Sindaco,
non deve sentirsi attaccato dall’intervento delle associazioni, che hanno solo messo in evidenza un problema serio, nella sua oggettività. Gli ambientalisti non parlano a vanvera. Il progetto lo hanno visto e studiato con competenti in materia ed è per questo che sono allarmati anche per  tutto lo scempio che  avverrà tra Scalea e S.Domenica, (e non solo), territorio  rurale comunque bellissimo che  meriterebbe più attenzione. Non  convincono le sue parole: a nostro avviso, per arrivare agevolmente a Santa Domenica Talao si poteva ben adeguare e sistemare la vecchia SS 504 per la quale sono stati stanziati i soldi e non la parallela al fiume Lao. Pur non essendo il primo lotto nel Parco del Pollino, esso riguarda  le sponde del fiume Lao, protetto praticamente sino alla foce in Comune di Scalea (quindi fuori dal parco) dal Sito di Importanza Comunitario “Valle del Lao”. Per quanto riguarda le  valutazioni degli organi competenti,  sulla base del progetto preliminare non c’è da stare tranquilli con tunnel e  viadotti sui fiumi e presso i borghi medievali.  Associazioni  impegnate come ItaliaNostra e WWF  non possono esimersi dal fare le proprie osservazioni per la conservazione dell’identità storico-paesaggistica e della natura nei luoghi attraversati, vedi ad es. art. 3 dello Statuto di ItaliaNostra: “promuovere l’intervento dei poteri pubblici allo scopo di evitare le manomissioni del patrimonio culturale e naturale del Paese e di assicurarne il corretto uso  e l’adeguata fruizione”. Lei, sindaco, dice che sarà bonificata una discarica di materiale inerte presso il Lao, però non è il materiale inerte depositato, incivilmente, sulle sponde del fiume Lao che emette gas di scarico tossici e  cancerogeni, nè provoca l’investimento della pregiata fauna fluviale  del SIC “Valle del fiume Lao”, bensì l’alta velocità di una strada nuova  inopportunamente vicina al fiume più grande per portata della Regione Calabria . Se ci sono discariche la colpa è solo dei sindaci che non provvedono alla loro bonifica come prescrive la legge. Inoltre, le discariche non si bonificano per permettere di realizzare  strade, si bonificano e basta. Inoltre, leggiamo che  sarà risparmiata una (!!!) quercia da sughero secolare, ma quanti  alberi meno maestosi, le querce secolari del domani, saranno sacrificati,  visto che tra gli espropri previsti figurano anche terreni boschivi?   Quanto asfalto (quel 30 % di tracciato nuovo) impedirà loro di crescere  WWF, ItaliaNostra e Ambientalisti del Tirreno  ribadiscono che sarebbe stato  meglio avvicinare i paesi dell’entroterra agli  altri potenziali centri del turismo silvo-eno-gastronomico e culturale  con contratti vantaggiosi di navigazione internet fast  e puntare su  un’opera sostenibile e di sicuro impatto attrattivo sul turismo di qualità, italiano e straniero, quali le ex ferrovie calabro- lucane che, servendosi di energia elettrica e riprendendo un percorso già esistente si collocano perfettamente nella cornice naturale della Valle del Lao-Pollino. Tutte queste considerazioni, sig. sindaco, derivano dallo studio e dall’apertura alle nuove tecnologie, ai sistemi di sviluppo ecocompatibile ed alternativi, che sicuramente lei ben conoscerà, e non corrispondono a falsità. Inoltre, il  problema, come lei forse saprà, non si riduce al primo lotto,  il quale già di per sé investe un Sito di Importanza  Comunitario, cioè Europeo: questo tipo di opere viene ad inserirsi  in una cornice ben più ampia che, a parte le sue rassicuranti parole ( lei ha smisurata fiducia nelle valutazioni degli enti preposti  alla tutela) , trafiggerà il cuore del Parco del Pollino sino a Mormanno. Ciò,  a giudicare dal progetto preliminare che non ha risparmiato nemmeno gli angoli più suggestivi della valle del Lao con viadotti e  addirittura tunnel!! I lavori di “adeguamento”, dunque, saranno effettuati  nel complesso in una  riserva naturale integrata dello Stato,  SIC, Parco e Zona di Protezione Speciale.

Ora, se lei, Sindaco, crede nei valori ambientali, che potrebbero essere l’unico valore aggiunto per l’economia del luogo, dovrebbe prodigarsi perchè  questi parchi non rimangano aridi carrozzoni, finti, da slogan  pubblicitario e basta, che dispensano soldi a dipendenti molte volte  poco attenti (per non dire estranei) alle tematiche ambientali e  naturalistiche.  Dovrebbe pretendere piuttosto finanziamenti per  avviare realtà sostenibili e redditizie, altrove già consolidate, quali l’agricoltura biologica, l’allevamento biologico, l’agriturismo certificato  (non delle patate surgelate e rifritte al momento), l’artigianato ed i  paesi-albergo seri che non hanno bisogno del turismo di bassa qualità che invade il cemento della riviera dei Cedri ma di quello con la T maiuscola che la morfologia dei luoghi con strade tortuose e poco  frequentate ha finora reso possibile nell’entroterra. Sviluppo ecosostenibile, ragionato e di qualità, non  pseudo progresso veloce da fast food che distrugge il delicato ecosistema  dell’incantevole Valle del Lao.

Lì, 8 Novembre 2007

Alfredo Salzano Presidente WWF Calabria / Francesco Cirillo coord.  Ambientalisti del Tirreno / Teresa Liguori consigliera nazionale Italia Nostra

Spettabile Commissione Europea,

desidero portare alla Vostra conoscenza il progetto che la Provincia di Cosenza sta per realizzare per l’”ADEGUAMENTO DELLA STRADA PROVINCIALE EX SS 504 SCALEA-MORMANNO” in Italia, per la precisione in Calabria in provincia di Cosenza in un territorio di grande interesse naturalistico che comprende il Sito di Interesse Comunitario “Valle del Fiume Lao” (la zona fa anche parte del Parco Nazionale del Pollino ed è una zona di protezione speciale ZPS). Sono preoccupato perchè nel progetto è prevista la realizzazione di una strada molto più ampia che comporterà l’abbattimento di molti alberi, l’investimento da  parte delle auto di molti animali selvatici data l’alta velocità su questa strada, la cementificazione di lunghi tratti e che potrebbe deturpare il paesaggio determinando anche la crisi del turismo legato alla natura del luogo.  Sarebbero innanzitutto abbattute, forse fra poche settimane, numerose querce da sughero (Quercus suber) secolari nel territorio tra Scalea e Santa Domenica Talao. Il proggetto (vedi foglio1, foglio 2 e foglio3) risulta anche molto invasivo per il territorio di Papasidero (al centro del SIC IT9310026, oltre che parte del Parco Nazionale del Pollino e ZPS) dove si prevede, come potete vedere dal foglio2 allegato a questa email, addirittura la realizzazione di una galleria (!) e di un viadotto (!!”ponte”) che attraversa il fiume S. Nocajo, immissario del Lao, che come il Lao stesso ospita ancora la Lontra (Lutra lutra) protetta da normative internazionali (vedi allegato prigioni EEE 17 2005 171-180.pdf dove si segnala il Lao ed il S.Nocajo per la presenza della  Lontra).  Anche a Papasidero la strada dovrebbe essere allargata e questo comporterebbe l’abbattimento di alberi lungo il percorso, cementificazione, espropri di poderi a contadini e pastori e deturperebbe il paesaggio suggestivo del SIC IT9310026 che è patrimonio di tutti i cittadini dell’Unione Europea. Vi allego anche una foto (DSC04335.JPG) del territorio di Papasidero dove dovrebbe essere realizzato il viadotto ed il tunnel. Il viadotto dovrebbe congiungere le due sponde del fiume S. Nocajo poco dietro la chiesa gialla in basso nella foto. Naturalmente come notate la zona è ricca di boschi che potrebbero essere tagliati.  In conclusione sono molto preoccupato per quest’opera che non mi sembra compatibile con l’importante situazione ecologica in cui verrebbe a trovarsi e desidero che Voi interveniate a riguardo proteggendo l’ambiente anche in questo  caso.
Spero di ricevere presto la Vostra risposta.

Distinti saluti,

Dr. Giovanni N. Roviello  CRdC DFM – CNR -  Napoli- Italia

Il 1° aprile ( ma forse è uno scherzo) si svolgerà a Praia a mare, sponsor l’amministrazione comunale un convegno dal titolo: Lo sviluppo del territorio e l’Isola di Dino. Ad aprire i lavori il sindaco Antonio Praticò, in piena campagna elettorale per essere riconfermato. A seguire nomi altisonanti  quali,  l’arch. Ernesto Lupinacci esperto di pianificazione urbanistica,  Tullio Romita prof. di Sociologia del Turismo dell’Università della Calabria, Alfio Cariola  prof. Ordinario di Economia e gestione delle imprese, dell’Università della Calabria, Franco Rossi prof. ordinario dell’Università della Calabria e assessore regionale al governo del territorio, e conclusioni di Carlo Brumat già consulente del Pentagono esperto internazionale di sviluppo economico e finanziario. Tutti grandi nomi riuniti nell’Hotel Borgo di Fiuzzi, costruito semi abusivamente proprio davanti l’ isola di Dino in piena area sic. Ecco dove sta l’ossimoro. Parlare di turismo e sviluppo su un’area protetta e segnalata più volte come area inedificabile. Conoscono questi professori la storia di questo luogo e dell’Hotel ? Eccola qui, giusto per informarli su dove andranno a parlare e chiedere loro qualche ripensamento, lasciando solo il sindaco Praticò davanti al “suo” albergo.

Cominciamo dal 2009.

Nel dossier della Legambiente “Tutti giù per terra”  ( Viaggio nel paese degli ecomostri e del cemento selvaggio ) redatto il 22 maggio del 2009 l’ecomostro di Fiuzzi, in quel di Praia a Mare risulta fra le speculazioni più devastanti in tutta la Calabria.

Così è scritto nel rapporto : “ A rimettere in moto i cantieri dell’ecomostro di Fiuzzi ci ha pensato alla fine del 2007 la sentenza del giudice di Scalea. Condanne irrisorie per Giovanni Argirò , allora capo ufficio tecnico, e Antonio Praticò, ex sindaco di Praia a Mare , (sei mesi di interdizione dai pubblici uffici, pagamento delle spese processuali, sei mesi di reclusione e 200 euro di ammenda per turbativa d’asta) e assoluzione per Emilio Polillo, responsabile unico della Mediterranea Spa “.

l'ecomostro in costruzione

Nel dossier ci si rammaricava del fatto che nonostante l’albergo fosse nato in uno dei posti più belli della Calabria, su un terreno pubblico e demaniale, i lavori fossero andati  avanti. A distanza di 8 anni, da quel 2009 oggi l’albergo è bello e terminato e pienamente funzionante. L’albergo si sviluppa su ben 52mila metri cubi di terreno e su un’area SIC giusto di fronte all’isola di Dino. L’albergo , che ha dovuto , dopo vari accertamenti da parte della Procura di Paola, demolire molte parti dell’edificio costruite abusivamente, è classificato come  un hotel a cinque stelle con 700 posti letto, piscina, sala conferenze e tutti i comfort, per un valore stimato di 25 milioni di euro. Nell’estate del 2001 il Comune di Praia a Mare indice una conferenza di servizi per l’acquisizione di tutti i pareri e nulla osta e dare il via libera definitivo alla costruzione dell’albergo . Un passaggio delicato nel corso del quale si verificano alcuni episodi poco chiari. Nella seduta del 30 luglio 2001 la Regione Calabria presenta alcune osservazioni al progetto. Una delle osservazioni però non si trova nel verbale del provvedimento conclusivo della conferenza di servizi redatto l’8 agosto. Intanto la sovrintendenza di Cosenza dà il via libera alla costruzione della struttura senza tenere conto del vincolo paesaggistico vigente sull’area stabilito dal decreto ministeriale del 16 febbraio 1970.  A questo punto ottenuti i pareri i lavori partono a pieno ritmo e senza rispettare la progettazione. I piani diventano 4 e si arriva a 14 metri di altezza. Gli ambientalisti organizzano manifestazioni dentro Praia a mare con alla testa l’on. Paolo Cento dei verdi che presenta un interrogazione parlamentare chiedendo il fermo della costruzione e l’abbattimento delle opere abusive.  Iniziano i fermi giudiziari. La Procura di Paola si muove e vuole vederci chiaro, aprendo un inchiesta .

Il primo stop ai lavori arrivò  con un provvedimento di sequestro disposto nel maggio del 2006 dalla Procura di Paolai, a seguito di indagini per appurare la regolarità degli atti che avevano consentito l’avvio dei lavori del complesso turistico in riva al mare. Secondo l’accusa sia nel bando di gara che nell’avviso di bando non viene mai indicata né l’estensione del terreno né la località Fiuzzi dove era previsto che venissero eseguiti i lavori.  Ma, cosa più importante, tra bando di gara e avviso di bando ci sarebbe una differenza sostanziale di condizioni di partecipazione che avrebbe di fatto impedito ad altre società di presentare richiesta, perché non in possesso dei requisiti indicati esplicitamente solo nel bando, favorendo di fatto la Mediterranea Srl, risultata poi unica partecipante alla gara. In seguito arrivò la richiesta di rinvio a giudizio per  Antonio Praticò (all’epoca dei fatti sindaco e  presidente del consiglio comunale di Praia a Mare nonchè consigliere provinciale del PD), Antonio Argirò, geometra responsabile dell’Ufficio tecnico di Praia, Raffaele Bilotta, segretario comunale, Rosa Grisolia, presidente della commissione giudicatrice della gara d’appalto per l’affidamento dei lavori di realizzazione del mega complesso alberghiero davanti all’isola di Dino, Emilio Polillo, amministratore della Mediterranea Srl, la società che si è aggiudicata la gara. Per tutti gli indagati le accuse andavano dalla turbativa d’asta all’ abuso d’ufficio, dalla falsità ideologica aggravata alla corruzione, al deturpamento di bellezze naturali e all’intervento abusivo su un bene di interesse ambientale. Poi al processo la condanna da parte del giudice monocratico del Tribunale di Scalea, Giovanni Spinosa: Sei mesi di reclusione, sei mesi di interdizione dai pubblici uffici e duecento euro di multa per Antonio Praticò e per il responsabile dell’Ufficio Tecnico Giovanni Argirò, entrambi accusati di turbativa aggravata della libertà degli incanti, riguardante la realizzazione della struttura alberghiera in località Fiuzzi a Praia a Mare denominata “Ecomostro”. Venne assolto invece  Emilio Polillo, amministratore unico della Mediterranea Srl, impresa costruttrice della struttura alberghiera, il quale era accusato di aver effettuato un intervento abusivo su un bene di interesse ambientale e di importanza comunitaria senza aver chiesto la valutazione di impatto ambientale. Sulla mancanza della Valutazione di Impatto Ambientale, secondo il Giudice Giovanni Spinosa, non vi sarebbe una sanzione penale.

L'ecomostro dall'alto nell'area Sic davanti l'Isola di Dino

Il Pubblico Ministero aveva chiesto quattro anni di reclusione e duemila euro di multa per Antonio Praticò e Giovanni Argirò, mentre un anno e mezzo di carcere, cinquanta mila euro di ammenda e l’abbattimento dell’Ecomostro, era stato chiesto per Emilio Polillo.

Nelle richieste dell’accusa si legge che Antonio Praticò e Giovanni Argirò, «avrebbero in concorso fra loro, con artifizi e collusioni, allontanato gli offerenti e turbato la gara relativa alla cessione del diritto di superficie ed alla progettazione costruzione e gestione del complesso alberghiero su un’area del patrimonio del comune di Praia a Mare». In particolare, «Giovanni Argirò e Antonio Praticò, avrebbero favorito la società Mediterranea s.r.l. per la cessazione del diritto di superficie e la progettazione, costruzione e gestione del complesso alberghiero per 99 anni». Antonio Praticò, secondo l’accusa, avrebbe adottato la delibera e il geometra Giovanni Argirò, predisposto la proposta di delibera con bando di gara ed estratto avviso, approvando i successivi atti di gara con apposita determina, «procurando intenzionalmente alla società Mediterranea s.r.l. un ingiusto vantaggio patrimoniale di rilevante entità, consistente nella vincita della gara per la progettazione costruzione e gestione del grande complesso alberghiero, di fronte all’isola di Dino, su una vasta area che sarebbe rimasta di proprietà comunale, dietro il compenso di un milione di vecchie lire l’anno».  A costituirsi parte civile furono la Legambiente, rappresentata dall’avvocato Rodolfo Ambrosio,  i Verdi Ambiente e Società (Vas) ed il Wwf.

Ma il colpo di scena avvenne quando nel dicembre del 2005 anche la Regione Calabria si costituì parte civile. Nel comunicato stampa, l’assessore regionale al Governo del Territorio, Michelangelo Tripodi, così scrive :  “Appresi dagli organi di stampa – ha affermato l’assessore Tripodi – dati e fatti sconcertanti, oltre che inquietanti sotto l’aspetto penale, e di grande nocumento all’immagine della politica urbanistica calabrese e all’integrità del territorio, è interesse della Regione attivare ogni opportuno ed efficace intervento istituzionale, nonché ogni altro tipo di iniziativa volta alla tutela della buona immagine della comunità calabrese e al perseguimento dell’interesse generale che il caso richiede”. “È ferma intenzione dell’assessorato – ha aggiunto Tripodi – perseguire tutte le vie più opportune per combattere tali fenomeni di degrado e di devastazione ambientale e territoriale e per contrastare eventuali illegalità che si possano rilevare nell’azione delle istituzioni. A tal proposito, ho affidato al dipartimento Urbanistica il compito di procedere agli accertamenti tecnico-urbanistici sullo stato attuale dei luoghi”. 

Ma a distanza di 6 anni, nel 2011 il ribaltamento di tale presa di posizione da parte della Giunta Scopelliti. E cioè il finanziamento della stessa Regione Calabria allo stesso albergo contro il quale come ente ci si era costituiti parte civile. Avvenne che la Mediterranea srl e cioè la società che gestisce ed ha costruito il mega albergo di Fiuzzi a Praia a Mare ricevette un contributo da parte della Regione Calabria di ben 1.289.291 euro a fondo perduto . L’avviso pubblico , dove leggiamo del finanziamento è il n  N. 2685 del 31/03/2011 ed ha come  oggetto: AVVISO  PUBBLICO  PER LA SELEZIONE  E IL FINANZIAMENTO DI PIANI DI INVESTIMENTI PRODUTTIVI PER IL SOSTEGNO DELLE NUOVE INIZIATIVE IMPRENDITORIALI TURISTICHE ALL’INTERNO DELLE DESTINAZIONI TURISTICHE REGIONALI.-SETTORE D’INTERVENTO:-“NUOVA  ATTIVITA’ RICETTIVA”. – APPROVAZIONE GRADUATORIA.  Questi finanziamenti per un totale di 18 milioni di euro riguardano  Birrerie ,pub, pizzerie, agenzie di viaggio , b & b , imprese edili.  Insomma come si dice in questi casi: il crimine paga.

Con il convegno del 1° aprile ( speriamo nello scherzo che i professori dell’Università gli faranno dopo aver letto questo articolo)  il sindaco Praticò metterà la parola fine sulle vicende dell’albergo Borgo di Fiuzzi sdoganandolo definitivamente da ogni infamia di abusivismo alla calabrese.

 

Non lo so se siano stati gli ‘ndranghetisti a scrivere sui muri di Locri quella frase, o qualche cittadino incazzato, ma diciamoci la verità, questa cosa,a parte Don Ciotti,  la pensiamo un po’ tutti. La Calabria è terra di ‘ndrangheta e tutti indicano subito la classica ‘ndrangheta : quella del pastore, del sequestratore, dello strozzino, dell’assassino o chi vive ai margini della società. E tutti a posto con la coscienza, compreso Don Ciotti, che fa un grande lavoro di opposizione a questa gentaglia, sacrificando e mettendo in pericolo la propria  vita, ma che purtroppo è limitato nell’analisi su cosa sia oggi la vera ‘ndrangheta, che appunto non è solo quella dell’assassino e dello strozzino ma soprattutto è quella della politica, dei colletti bianchi e della gente cosiddetta per bene.

Scritta su un muro di Platì- 1992

Lo Stato e la politica ha sempre risposto alla ‘ndrangheta con l’unica voce che sa fare, quella di mandare l’esercito, la sbirraglia, la militarizzazione del territorio, il controllo con gli elicotteri , gli arresti di massa e la cancerizzazione, la rappresaglia con processi di massa. Insomma lo stato si è comportato da sbirro, in quanto non poteva processare se stesso e i suoi uomini che con la ‘ndrangheta hanno convissuto e convivono da secoli. Io sono convinto di questo e lo scrivo da sempre, in Calabria per combattere la ‘ndrangheta non ci vogliono più sbirri ma più lavoro. E invece parlano sempre di tribunali, di personale nelle carceri, di nuove carceri, di nuovi controlli, di legalità a tutti i costi. E mentre dicono questo la ‘ndrangheta recluta nuova gente, nuovi giovani, nuove reclute disposti a tutti pur di potersi affrancare, in una società che purtroppo se non hai alle spalle famiglie potenti legate alla massoneria, ai partiti, ai palazzinari, non ti da nessun futuro. In Calabria siamo gli ultimi o i primi su tutto: sul lavoro siamo gli ultimi, sulla disoccupazione siamo i primi, sulla scolarizzazione gli ultimi, sull’emigrazione i primi. Non esiste un solo governo negli ultimi secoli che abbia inteso fare una politica sociale per la  Calabria. O finanziamenti agli stessi gruppi legati alla ‘ndrangheta attraverso leggi legate allo sviluppo arricchendoli ancora di più, o è vero, militarizzazione dei territori. E allora , se davvero volete combattere la ‘ndrangheta,  create lavoro, ma lavoro vero, investendo sulle bellezze archeologiche, i musei, l’ambiente marino e terrestre, le energie alternative, la scuola. Fate leggi per arrivare ad una scolarizzazione completa per tutti. Regalate libri per la scuola, togliete le tasse per le università, date le case per chi vuole sposarsi. E se proprio volete militarizzare , fatelo nelle banche, controllando gli arricchimenti di certa gente, di certi politici, di certi amministratori e funzionari. Solo così si combatte la ‘ndrangheta, cosa che evidentemente, non volete fare, perché con la ‘ndrangheta ci mangiate, vi fate portare voti a valanga, create paura e terrore costringendo la gente onesta a chinarsi al potente di turno. Per cui non mi sento “orgogliosamente sbirro” né oggi né mai.

Francesco Cirillo orgogliosamente calabrese

Nei cerchietti le navi affondate

Sono  90 le navi affondate nel mediterraneo ci dice Il Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei  rifiuti, on. Alessandro Bratti. Una verità che sta negli atti forniti dal Sismi e che sono stati   desecretati dopo il consenso dato dal DIS, “Dipartimento delle informazioni sulla sicurezza”. Questi documenti sono 61 e saranno pubblici fra qualche giorno e dopo averli letti ci ritorneremo. Fra questi documenti,  è stato anticipato dal presidente Bratti la posizione del trafficante Giorgio Comerio e l’elenco delle navi affondate nel mediterraneo. Lo posso dire? E’ roba vecchia trita e ritrita e sarà un’altra presa per i fondelli di carattere esclusivamente politico. Io non me la bevo. Almeno fino a quando non uscirà qualche magistrato davvero coraggioso, che metterà a repentaglio la propria vita, che girerà scortato in un blindato, e comincerà a riprendere tutta la documentazione già esistente nelle varie procure  e ricomincerà a spiccare mandati di comparizione, fare perquisizioni mirate negli uffici degli armatori e delle compagnie di navigazione, rifacendo  a ritroso un percorso iniziato nel 1990 e affossato anno dopo anno puntualmente e scientificamente da magistrati e politici rassicuratori che hanno avuto il  solo ed unico  scopo, manovrati da armatori e servizi segreti, di depistare e sotterrare, oltre che affondare, fatti e verità venute a galla subito.

l'equipaggio della motonave Rosso. Manca Ciro Borrelli che scese a Napoli sapendo che era un viaggio senza ritorno

I rapporti veri, le verità, stanno nei libri già usciti sulle navi dei veleni con le inchieste fatte da scrittori e giornalisti d’inchiesta, nei rapporti di Greenpeace, WWf e Legambiente, nei registri dei LLoyds di Londra e soprattutto negli armadi delle stesse procure dove esistono faldoni su faldoni sulle inchieste avviate dal 1990 ad oggi e poi abbandonate. Bastano queste inchieste lasciate a metà  per buttare tutto all’aria. Questi 61 documenti desecretati potrebbero essere la ciliegina sulla torta, ma il grosso c’è già. Le navi affondate in Calabria le conosciamo tutte, esiste una mappa con alcuni  luoghi di affondamenti già  segnati,( la foto proviene dagli archivi della Procura di Paola)  così come sappiamo tutto sulla Jolly Rosso e il suo equipaggio, le dichiarazioni fatte da ognuno dei componenti interrogati dalle varie commissioni, sappiamo tutto sul capitano De Grazia, sui suoi spostamenti su chi lo pedinava, sappiamo tutto sulla Cunsky affondata dal pentito Fonti a Cetraro grazie all’appoggio della cosca Muto. Sappiamo tutto.

Riguardo alla Jolly Rosso tutta la documentazione è in un polveroso ufficio della Procura di Paola, situato in una stanza a fianco quella del Procuratore capo. Ho avuto modo di consultarli uno per uno e di fotografarne quasi mille pagine che sono in mio possesso. Se avessero voluto quei magistrati che hanno aperto le inchieste , ne avrebbero fatto un processo con tanto di imputati. Arrestano per uno spinello e ti rovinano la vita e poi temono un Giorgio Comero in affari con vari governi europei e liberamente in circolazione, o armatori come Messina, o industriali che hanno nascosto tonnellate di loro rifiuti sulle navi a perdere.

Ma quei magistrati dal Pm Fiordalisi, oggi procuratore capo a Lanusei,  che ebbe l’inchiesta Jolly Rosso per primo nel 1990  e che subito l’archiviò, all’altro Pm Greco oggi procuratore a Lagonegro, che aprì l’inchiesta nel 2005, non hanno fatto altro che affossarle, fino a dichiarare essi stessi davanti alla Commissione parlamentare che si era trattato di un’ “allucinazione di massa” e che le navi non esistevano. Ancora oggi il Procuratore Neri difende il Sismi. Questo quando dichiara ai giornalisti di LCnews24 : “ il Sismi collaborò correttamente, mandando per le vie formali le informazioni che avevano. Non posso affermare, salvo prova del contrario, che non abbia collaborato con noi. Abbiamo scoperto un fenomeno che non si conosceva. I servizi non potevano mandarci qualcosa di cui non erano a conoscenza».

Vi ricordate della Cunsky e dell’imbroglio messo in piedi da Berlusconi e dalla sua ballerina Ministro Prestigiacomo ? Ne misero in piedi di tutti i colori pur di dimostrare che quella nave non era la Cunsky, e nessuno fiatò quando l’ India ci disse che ad Alang non era stata rottamata nessuna nave Cunsky.

 E nessuno fiatò quando il presidente della Commissione sul ciclo dei rifiuti, Taormina, chiese al pm Greco perché non avesse mai interrogato il pentito Fonti. E nessuno disse niente e nessun magistrato aprì un’inchiesta,  quando si stabilì che il capitano De Grazia era stato avvelenato. E tutti i politici calabresi eccoli  subito al loro carro per tranquillizzare tutto e tutti pur di  salvare il turismo, gli albergatori e via dicendo. Di cosa stiamo parlando allora ? E perché ogni tanto escono queste desecretazioni, come per tranquillizzare l’opinione pubblica, o mettere a tacere qualche giornalista d’inchiesta , facendo loro credere che i governi si stanno muovendo e che prima o poi qualcosa salterà fuori . Di tutto questo “ambaradan” restano le migliaia di malati di tumore che non sanno darsi una spiegazione del loro male , vivendo in una regione dove non esistono fabbriche inquinanti e beffati anche da una ospedalizzazione assente che li costringe a curarsi fuori regione.

 

Guida libraria per chi volesse informarsi autonomamente senza attendere i 61 documenti:

Riccardo Bocca – Le navi della vergogna – Bur Rizzoli

G.Baldessarro-M. Iatì – Avvelenati – Città del Sole edizioni

Francesco Cirillo – La notte di Santa Lucia dalla Rosso alla Cunsky – Coessenza edizioni

M.Clausi-R.Grandinetti- Le navi dei veleni – Rubettino

Claudio Cordova – terra venduta – Laruffa editore

Francesco Fonti- Io pentito di ‘ndrangheta e la mia nave dei veleni – Falco Editore

Gianni Lannes – Nato: colpito e affondato – edizioni la meridiana

Enzo Mangini- Natale De Grazia Le navi dei veleni-  Round Robin

Andrea Palladino – Bandiera Nera Le navi dei veleni – manifestolibiri

 

Lo so che è brutta questa frase, ha quel tono paternalistico, fastidioso, che abbiamo sentito da piccoli, ripetuto dalle nostre madri, quando tornavamo a casa con un ginocchio sbucciato o con i segni di un pugno sulla guancia. Ma non so cosa altro dire a proposito delle tragedie che stanno avvenendo nella nostra Italia. Le slavine, gli incendi, i terremoti, le mareggiate, le esondazioni, hanno tutti un’origine di natura ambientale, causati da un evidente sconvolgimento dei territori, dalla sopravvalutazione dell’ingegno umano sulla natura. Cose che avevamo detto e ripetuto in denunce,avvertimenti,deposizioni, a vigili, magistrati, sindaci, carabinieri, finanzieri, funzionari della provincia, della regione, dello stato. Ricevendo solo silenzi, querele, improperi, minacce , per essere contro lo sviluppo, il progresso, il lavoro. Ma chiediamoci retoricamente, si può costruire a venti metri del mare su una spiaggia ? si può costruire ad una foce di un fiume ? si può costruire un palazzo di otto piani su un’area sismica ? e via dicendo . Quell’albergo a Rigopiano non doveva essere lì per diversi motivi, ma è stato costruito nonostante le opposizioni degli ambientalisti, nonostante alcune denunce che portarono ad un’assoluzione dei costruttori e proprietari e il via alla sua costruzione. Tornando a noi. Ricordate il campeggio a Soverato ? Ricordate le alluvioni a Vibo e Crotone ? Ricordate le mareggiate ultime che hanno distrutto alberghi, campeggi, ristoranti ?  Ricordate Berlusconi e Renzi che vorrebbero costruire un ponte su un’area altamente sismica ? Ricordate i silenzi complici sulle navi dei veleni, i rifiuti sotterrati, le discariche nei paesi ? Cosa bisogna aspettare ancora per dare un’inversione di marcia all’uso dei nostri territori ? Hanno costruito un’aviosuperfice sul margine dell’alveo del fiume Lao a Scalea, bisognerà aspettare una piena che la allaghi tutta per dire che era nel posto sbagliato ? Stiamo morendo tutti di tumore, in una regione dove non esistono fabbriche inquinanti, bisognerà aspettare il pentito di turno che indichi dove sono sepolte tonnellate di rifiuti tossici e  navi cariche di veleni ? Eppure ascoltando i vari Tg e leggendo la carta stampata, i  responsabili di queste stragi non sono che degli anonimi piccoli funzionari che non hanno letto un’email, o qualche sindaco che non ha emanato in tempo reale un’ordinanza e che di certo verranno processati. Tutto qui. Ma chi ha permesso che venissero costruiti questi obbrobri ?  I magistrati prima di tutto che dovrebbero controllare i territori e non essere al servizio degli speculatori, poi tutti i passaggi fatti per ottenere le  autorizzazioni che vanno dalle soprintendenze dei beni ambientali, alle capitanerie di porto, al corpo forestale, agli assessori provinciali e regionali . Sono loro che assolvono  le speculazioni a Rigopiano, come a Scalea, Cetraro, Praia a mare, Cosenza, Reggio Calabria.  Va bè, chiudiamola all’italiana e continuiamo così, i poteri forti  resteranno sempre forti  e la gente, il popolo, come al solito griderà VERGOGNA e si allieterà con l’arresto di qualche oscuro impiegato.

Le mani della ‘ndrangheta sull’aviosuperficie non sono una novità. Sicuramente c’erano state anche prima, appena costruita. E si,  perché chi ha inventato questa opera pubblica ben sapeva dall’inizio che non avrebbe mai funzionato e che sarebbe servita solo a mangiare soldi. Venti e più miliardi di lire sono andati nelle tasche di imprenditori e certamente politici , altri milioni di euro sono andate poi ad altri imprenditori per rifare muri abbattuti dal fiume, strade inesistenti di accesso e altre piccole manutenzioni. La provincia di Cosenza dovette sborsare oltre 200 mila euro per strade di accesso all’aviosuperficie . Bastava che arrivasse uno qualsiasi a dire che avrebbe messo in funzione l’aviosuperficie ed ecco la schiera di sindaci, politici e imprenditori vari a mettersi attorno ad un tavolo ed applaudirsi a vicenda. E’ successo ultimamente con questo Barbieri ricevuto a Scalea con tutti gli onori e con sindaci e politici della costa tirrenica a stringergli la mano. Ecco l’uomo che rilancerà lo sviluppo nel Tirreno cosentino, ecco l’uomo che porterà occupazione e lavoro a tutto il tirreno. Albergatori, ristoratori,proprietari di case villaggi, tutti in fila a stringergli la mano, e tutti pronti ad aiutarlo per ottenere finanziamenti pubblici e privati. Non parliamo poi degli attacchi fatti agli ambientalisti dopo che il grande e illuminato imprenditore ha dichiarato in un convegno a Scalea che era tutto pronto per far ripartire la struttura. I soliti albergatori e ristoratori in prima fila ad attaccare il mio blog “scirocco” e me personalmente per i  miei articoli. Finalmente il bandolo della matassa si stava sciogliendo. Tutti col naso in aria a Scalea e paesi vicini per vedere gli aerei in arrivo, tutti pronti ad accogliere le frotte di turisti che da tutta Europa sarebbero arrivati a Scalea. Ma invece di aerei vedevano solo “ciucci” volare, e bastava leggere l’approvazione del  finanziamento di  25 miliardi e 630 milioni per capire che qualcosa non andava.

In particolare la delibera 798 dell’8 novembre del 1995, quando la Giunta comunale di Scalea approvò il progetto per la realizzazione dell’aviosuperficie per un importo di poco più di 19 miliardi di lire. Cifra rimodulata con delibera del 29 ottobre del 1998 per un importo di 25 miliardi e 630 milioni. Era allora che la magistratura avrebbe dovuto metterci il naso e fermare lo scempio. Come si fa a dare  miliardi di lire, per un progetto di questo tipo ? Quale credibilità può avere un progetto che   prevede  ben  74mila passeggeri,1350 tonnellate di trasporto merci e 95 posti di lavoro!!!!!!1  Ma altro che ciucci che volano qui si tratta di astronavi aliene !!!!!! Prendiamo i dati dei passeggeri. Bisogna dire che l’aviosuperficie non è altro che un grande pista di cemento che occupa una lunghezza di 2 chilometri per trenta metri di larghezza per un totale di 260 mila 515 metri quadrati, stretta fra la linea ferroviaria e la super strada. Su questa pista potrebbero  atterrare solo voli charter o aerotaxi fino ad un massimo di 9 passeggeri ed a vista , cioè senza alcun sistema di assistenza radar ,esclusi, naturalmente quelli in dotazione del pilota dell’aereo. Questo dato del massimo dei nove passeggeri è un requisito di sicurezza scritto nel  “Regolamento per l’uso di aviosuperfici per attività di Trasporto Pubblico,Scuola,Lavoro aereo” d’imminente emanazione da parte dell’ENAC, Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, il cui art. 3  recita proprio così: “L’uso di aviosuperfici per attività di trasporto pubblico è consentito esclusivamente per i voli: intracomunitari; in condizioni meteo non inferiori a quelle minime prescritte dalle regole del volo a vista; limitato alle ore diurne; ai soli velivoli di MTOM non superiori a 5700 kg e numero di posti passeggeri non superiori a 9 “ e sottolineo nove. Questo vuol dire che , per raggiungere la cifra dichiarata nel progetto , di  74 mila passeggeri, si dovrebbero effettuare su Scalea fino a 8 mila voli all’anno, cioè 23 aerei al giorno! Una persona con un quoziente minimo di intelligenza avrebbe bocciato un finanziamento simile. Invece il finanziamento arrivò e le ruspe si misero subito in moto, abbattendo una microeconomia locale fatta di coltivazione del cedro, buttando sul lastrico decine di piccoli contadini e non pagando nemmeno con il prezzo dovuto i terreni requisiti.  Uno di questi proprietari portò  in tribunale il Comune di Scalea e il 19 marzo del 2010 i ricorrenti  ricevono notifica del decreto. L’ex sindaco Mario Russo decretava l’esproprio in favore dell’ente in data 10 marzo 2010. Una serie di questioni poste davanti al Tar che ha accolto il ricorso e ha condannato il Comune al pagamento dell’indennizzo da mancato godimento degli immobili con decorrenza dalla data di inizio dell’illegittima occupazione. E anche in questo caso si parla di centinaia di migliaia di euro che il comune dovrà sborsare prima o poi. Soldi pubblici come al solito che ricadranno sui cittadini scaleoti.

Insomma la storia dell’aviosuperficie di Scalea è la metafora della nostra regione. In quasi tutti i paesi c’è un imprenditore illuminato che grazie ad amicizie politiche riesce ad ottenere un finanziamento, e basta vedere le opere pubbliche abbandonate esistenti sul nostro territorio. Sale convegno, porti, chiese, alberghi, villaggi, opere che avevano solo lo scopo di succhiare danaro e nient’altro. Speriamo solo che questa operazione sul nostro territorio serva da monito…a chi , non lo so !

In una terra sconquassata come è la Calabria l’esistenza di un paese come Riace è un miracolo vero e proprio.  Riace non si trova nel Trentino, regione pacifica dove si litiga solo per le mollichine di pane che il condomino del piano di sopra ha “scutuliato” sul tuo terrazzo, ma nella Locride. Terra di omicidi, di ‘ndrine, di furti e rapine, dove fare il sindaco è una scommessa con la vita. La locride è anche terra di miracoli. C’è un prete ex pastore che vede la madonna ogni ultimo venerdì del mese, e 10 mila persone vi accorrono per vedere lui in meditazione. Riace è lì vicino, e Domenico Lucano, Mimmo u cùrd’, ne fa il sindaco da tre legislature,  e fa anche miracoli come il pastore, anzi fa un solo miracolo, non ogni venerdì di fine mese ma ogni giorno. Da quando si alza ed esce per le vie del paese, fino a notte tarda quando va a dormire nella sua casa. Per tutto il giorno , Mimmo, gira per il paese come se fosse lì per la prima volta. Si guarda sempre attorno per vedere se le cose stanno al loro posto, parla con la gente, prende il caffè con gli anziani, viene circondato da mille problemi già dalle nove. La notte una ragazza somala è stata male ed è stata trasportata all’ospedale, la mattina tardi bisogna telefonare alla questura di Crotone per vedere se alcuni permessi di soggiorno sono stati definiti, a un ragazzo eritreo è scoppiata la bombola in casa e non riesce ad avere le medicine dall’asl per curarsi le ferite, un bambino dell’Etiopia ha problemi a scuola, il segretario comunale lo tempesta di telefonate per andare a Catanzaro per parlare con l’assessore per una pratica dove manca un documento, un funzionario lo insegue fino al bar di fronte il municipio per fargli firmare delle delibere. In questo caos organizzato, il paese funziona alla perfezione. Circa 80 persone di Riace , cittadini riacesi doc, lavorano attorno al progetto emigranti, e 400 circa rifugiati provenienti da tutti i paesi dell’africa, vivono e si integrano in case umane, ristrutturate in un paese destinato all’abbandono.

Non ci sono baracche, non ci sono tendopoli, non ci sono ghetti, è questo il miracolo di Riace. Ma non solo questo. Il sindaco non si occupa solo dei rifugiati ma del paese intero. Lo ha reso vivibile, ha creato parchi pubblici, ha abbassato le tasse ed eliminati per i casi più difficili, ha reso pubblica l’acqua, ha creato un servizio di raccolta rifiuti unico nella costa, e ancora di più le spiagge sono libere da privati stabilimenti balneari con un mare pulito che neanche alla Maldive lo si trova. Un sindaco di questi dovrebbe essere tutelato per legge. Gli si dovrebbero aprire le porte della regione, della provincia, delle asl, delle questure, del parlamento, del governo. Il Presidente della Repubblica, ogni giorno,  la mattina appena alzato dovrebbe fargli una telefonata: “ Mimmo tutto bene ? hai bisogno di qualcosa ? “, e così il Presidente della inesistente Regione. E invece ? Mimmo e la sua giunta, Mimmo e il suo paese, Mimmo e il suo esercito di migranti, ogni giorno deve fare un miracolo. E lo fa e continua a farlo tranquillamente.

Non sanno la mafia, i poteri forti, le consorterie, gli affaristi, i massoni, i politici di professione, come fermarlo, come eliminarlo dalla scena sociale. Le pensano tutte per boicottarlo e per impaurirlo. Hanno anche sparato al ristorante della cooperativa, gli hanno ammazzato i cani, gli hanno bloccato progetti straordinari per ingrandire il paese e la sua gente, hanno inventato storie sulla sua vita privata .  Niente da fare, a “capa” di Mimmo è più tosta di quella di un curdo delle montagne del Kurdistan. Ed ecco la nuova strada. Intercettarlo per sentire le sue conversazioni, cogliere l’attimo fuggente, la parola ambigua, la frase contraddittoria, per incastrarlo dandolo in pasto all’opinione pubblica ghiotta di queste cose, abituata a pensare nell’antipolitichese che tutti sono corrotti e che pensa che Mimmo sia come il sindaco di Roma, o di Milano, o di qualche paese del  meridione sciolto per mafia. Sarebbe troppo facile cari magistrati e infanga tori di turno. Mimmo non è un sindaco, Mimmo è un pensiero, un’idea che si realizza, Mimmo è una bandiera. Potrebbe anche non esistere, potrebbe essere una nostra invenzione, così come lo era Garambombo l’invisibile nel romanzo di Manuel Scorza. Leggetevelo e capirete la sua forza, basta che leggiate l’incipit del libro per capire Mimmo: “Allora tutti constatarono che Garambombo era veramente invisibile. Antico, maestoso,interminabile “ .

A 21 anni da quel 13 dicembre del 1995 cosa resta del ricordo di Natale De Grazia, eroe sconosciuto della nostra terra. Non un convegno, né una trasmissione televisiva, nessuna prima pagina. L’ultimo atto riguardo a De Grazia risale al 2013 quando l’on. Gaetano Pecorella, presidente della “Commissione  parlamentare d’inchiesta sui rifiuti” nelle conclusioni della relazione approvata dalla sua commissione sulla morte del capitano Natale De Grazia parlarono chiaramente di “cause tossiche”.  E’ scritto nella relazione che  De Grazia come scrissero nell’autopsia fatta il giorno dopo il suo misterioso decesso non fu per “cause naturali” ma per avvelenamento, insomma De Grazia venne assassinato. Ricordiamo che il capitano De Grazia morì dopo aver mangiato in un ristorante nei pressi di Nocera Inferiore il 13 dicembre del 1995, all’età di 39 anni , lasciando la moglie e due figli piccoli.  De Grazia era diretto a La Spezia per interrogare alcuni testimoni, nell’ambito dell’inchiesta del Procuratore Francesco Neri di Reggio Calabria  sulle navi dei veleni. La pista che De Grazia seguiva era quella partita dall’affondamento della nave Rigel , davanti capo Spartivento, ed investiva in generale tutte le navi sparite nei mari della Calabria dagli anni 80 in poi. De Grazia quel giorno non doveva andare a La Spezia ma a Crotone, per interrogare ed investigare sullo smantellamento della nave Rosso spiaggiata nel 1990 davanti la foce del fiume Oliva nei pressi di Campora San Giovanni. Poi nella notte il cambiamento di destinazione . Un altro militare andò a Crotone e lui scelse per La Spezia. Poi la morte improvvisa. A la Spezia sarebbe dovuto andare il maresciallo Scimone che faceva parte della squadra di De Grazia. Scimone in un’audizione davanti all’on. Pecorella rivela cose interessanti che alla luce di quanto scoperto oggi  sono inquietanti. De Grazia quella mattina del 12 dicembre del 1995 doveva  recarsi a Crotone per interrogare il signor Cannavale, colui che smantellò sulla spiaggia di Formiciche, a Campora San Giovanni,  la Motonave Rosso. Ricordiamo , a proposito della Motonave  Rosso, che il Pm Fiordalisi, allora titolare dell’inchiesta aperta dopo lo spiaggiamento,  dopo solo quattro mesi dallo spiaggiamento della motonave,  avvenuto il 14 dicembre del 1990, e dopo una frettolosa archiviazione dell’indagine aperta, diede ordine di smantellare la nave, pressato dalla società Messina che prima aveva chiamato una ditta olandese,  specializzata in recuperi di materiale radioattivi, la Smith- Tack e poi, dopo averla  liquidata con un assegno di 800 milioni di vecchie lire, chiama questa ditta da Crotone.  Il maresciallo Scimone ,invece, sarebbe dovuto andare a la Spezia presso la dogana per ritirare dei documenti sugli imbarchi su alcune navi sospette. La sera prima si decide di fare l’inverso.

Il capitano De Grazia

Il capitano De Grazia la notte muore. Il suo corpo viene portato all’obitorio di Nocera Inferiore. E da qui la sera successiva a Reggio Calabria. Il maresciallo Scimone apprende la notizia della morte del suo collega di indagine  a Crotone . Lui stesso dice che continuò il lavoro che stava facendo. Dopo di che se ne ritorna a Reggio e guarda caso intercetta, sull’autostrada,  il carro funebre proveniente da Nocera con il corpo di De Grazia. Si mette quindi a seguirlo fino all’obitorio di Reggio Calabria dove assiste all’autopsia. Il Presidente Pecorella chiede se quella era la prima autopsia sul corpo di De Grazia. E lui prima fa capire di si , poi chiarisce che mentre stavano per cominciare a spogliare il corpo, si è sentito male , ed è uscito fuori. Quando si è ripreso è rientrato e il corpo era già aperto. Quindi non può dire se sul corpo di De Grazia ci fossero cuciture di una precedente autopsia. Ma il colpo di scena  arriva quando dice che a fare l’autopsia fu il dott. Aldo Barbaro e non la dott. ssa Simona Del Vecchio. Si è sempre detto che sul cadavere siano state fatte due autopsie , entrambe dalla stessa dottoressa Del Vecchio. Ora  spunta il nome di un altro medico ! Ma parlando dell’attività di De Grazia, il maresciallo Scimone ne traccia un quadro davvero esaltante del personaggio. De Grazia era una persona che davvero credeva nel lavoro che faceva. Era un segugio ed aveva in mano elementi importanti per tracciare un quadro completo sul traffico delle navi. Scimone è certo della presenza di navi affondate attorno alle coste calabresi.

I luoghi contaminati ad Amantea

Ci sono prove certe di due navi sulle quali ha lavorato  prima da solo e poi con De Grazia. Parla della Nave RIGEL affondata il 21 settembre del  1987 a 20 miglia da Capo Spartivento con un carico di 3000 tonnellate di rifiuti vari, e parla della nave Korabi che ha disperso il proprio carico nella fossa davanti Badolato nel 1995. Sulla Korabi , Scimone fa una descrizione precisa su tutta l’inchiesta fatta. Scimone racconta che la nave da Durazzo era diretta a Palermo dove doveva scaricare  granulato di ferro. Qui nel porto di Palermo le autorità portuali  fanno  un ispezione e scoprono  un alto livello di radioattività , per cui non autorizzano la nave a scaricare. La nave esce dal porto di Palermo e  si dirige verso Messina, impiegando tre giorni. Giunta di fronte la costa di Pentimele si ferma. Questa volta è la Guardia di Finanza a salire sulla nave e verificare che il livello di radioattività è ritornato normale. Due sono le cose , o il carico radioattivo è stato eliminato in mare, si pensa davanti Badolato,  o qualche strumentazione a Palermo non ha funzionato.  Nell’ispezione sulla nave la Guardia di Finanza scopre un fuoribordo non registrato e a seguito di un piccola inchiesta di De Grazia si scopre che è stato rubato per cui il capitano della nave viene arrestato.

le navi dei veleni affondate nel mediterraneo

Ecco perchè dopo la morte del capitano De Grazia si mettono in moto una serie di depistaggi e carte false per far risultare una morte naturale. Non ci voleva la fata turchina per capire che molte cose non quadravano nell’intera vicenda, e bastavano pochi mesi d’indagine seria per trovare il bandolo della matassa. Ed invece ecco che tutto si mette a concorrere per buttare tutto nell’oblio e nel non far capire niente, sicuramente agevolati dai servizi segreti e da altri manipolatori occulti, che si sono messi all’opera per sconvolgere le due autopsie, sminuire il suo lavoro d’indagine,smantellare il pool del procuratore Neri che indagava sulle navi dei veleni, confondere le acque e mettere tutto a tacere.  Bastava approfondire l’autopsia, come più volte richiesto dalla moglie del capitano per capire che le cose non andavano nel verso giusto. E difatti a proposito dell’autopsia è scritto nella relazione fatta dalla Commissione  che “ una prima autopsia, venne ripetuta dallo stesso medico legale, il quale  parlò genericamente di “insufficienza cardiaca acuta”.  Ma a distanza di tanti anni una nuova perizia, affidata dalla Commissione a Giovanni Arcudi, 67 anni, titolare della cattedra di Medicina legale all’Universita’ romana di Tor Vergata e docente alla Scuola ufficiali dei carabinieri, impone – secondo la relazione – di valutare le risultanze dell’inchiesta precedentemente svolta in una chiave nuova e non poco allarmante”.   ”Non e’ compito di questa Commissione – ammettono i relatori, tra cui il Pd Alessando Bratti – pronunciare sentenze ne’ sciogliere nodi di competenza dell’autorita’ giudiziaria, tuttavia non si puo’ non segnalare che la morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese”. Perche’ la consulenza del professor Arcudi, “scientificamente inattaccabile”, arriva a una “conclusione inequivoca: escluse le altre cause, per l’assenza di elementi di riconoscimento, la morte e’ conseguenza di una ‘causa tossica’”, sebbene sia impossibile ormai accertare quale e dare corpo, dunque, al sospetto che il capitano possa essere stato avvelenato. Non può che essere stato così.

il pentito Fonti intervistato dal TG1 ma non dal magistrato Greco

De Grazia era l’unico incorruttibile. Era l’unico che credeva in quel che faceva. Era l’unico che aveva capito cosa ci fosse dietro tutta la vicenda delle navi dei veleni, sottovalutando un solo aspetto. Quello che potesse essere eliminato. Lo disse a sua moglie , Anna Vespia, qualche giorno prima di partire per il suo ultimo viaggio. Alla moglie preoccupata per il suo stato d’animo e nervosismo rispose ”stai tranquilla uccidono i giudici non uno come me “. Ed invece era proprio uno come lui che dava fastidio, perché era l’unico, il solo, che non solo aveva capito tutto l’affare che c’era dietro l’affondamento delle navi, ma anche individuato le piste da seguire, interrogando le persone giuste.

De Grazia – ricorda la Commissione  - “stava conducendo indagini su tutte le vicende più oscure riguardanti il traffico illecito di rifiuti pericolosi ed aveva costituito un gruppo di lavoro assai efficiente”, che operava “in profondità sul riciclo illegale dei rifiuti”. E proprio il progressivo smembramento di questo gruppo, “subito prima e subito dopo il decesso” del capitano, se si unisce “alla causa della morte, identificata in un evento tossico, getta una luce inquietante sull’intera vicenda”. “Ciò che risulta – proseguono i relatori – è che il capitano De Grazia ha ingerito gli stessi cibi di chi lo accompagnava nel viaggio ( i carabinieri , Maresciallo Nicolò Moschitta ed il carabiniere scelto Rosario Francaviglia, ndr) salvo una fetta di torta; queste almeno sono state le dichiarazioni dei testimoni. Se così , appare difficile ricondurre la tossicita’ ad una causa naturale, anche se non lo si può escludere in forma assoluta“.
La settimana prima di Natale, una conferenza stampa in cui dovevano essere presentati i risultati della nuova perizia allegata alla relazione era stata annullata in extremis, anche perché non era stata avvertita la vedova di De Grazia, Anna Vespia, ma questo era bastato a riaccendere le polemiche. Oggi la Commissione ha messo la parola fine ad un lavoro lungo e meticoloso, con un testo che – ha spiegato il presidente Pecorella – sarà “trasmesso ai presidenti delle due Camere e alle autorità interessate”.

I rapporti scritti da Natale De Grazia ,  alle procure di Reggio Calabria e Paola , giacciono fra venti enormi faldoni  , chiusi in un  ufficio del terzo piano del Tribunale di Paola.  Ebbi modo di consultarli e fotocopiarne quasi mille documenti, a seguito di una denuncia per diffamazione che la società Messina, proprietaria della Motonave Rosso, mi aveva intentato a causa di miei articoli . Denuncia che venne archiviata e che comunque mi dette la possibilità di poter consultare per un mese di seguito tutti quei faldoni.

Il mio libro sulle Navi dei veleni uscito nel 2010

Quei venti faldoni rappresentano l’inchiesta del sostituto procuratore Francesco Greco, ora trasferito nel tribunale di Lagonegro, aperta nel 2005. Un inchiesta che aveva dato speranza nel poter dipanare la matassa volutamente ingarbugliata, ma che bastava farla ripartire da zero per capirne tutto lo svolgimento. Come aveva fatto De Grazia. Ed invece improvvisamente ecco che lo stesso Pm Greco , nel gennaio 2009, ne chiede l’archiviazione. Confermata a maggio dello stesso anno dal giudice Carpino.

Amen per la Marlane di Praia a Mare ( Cosenza)

Le vasche della morte

La Corte d’Appello di Catanzaro presieduta dal giudice Gabriella Reillo ha messo la parola fine alla vicenda Marlane. Grazie a questo giudice ora tutto il terreno della Marlane potrà essere tombato definitivamente. Nessuno più saprà cosa vi è stato seppellito, nessuno più potrà lamentarsi e dolersi dei tumori passati e futuri e più di tutto nessuno saprà di cosa sono morti i 107 operai della fabbrica, accertati dalla procura di Paola, né perché altre decine di operai  si sono ammalati di tumori vari. Il giudice Reillo, nell’udienza del 25 novembre,  ha ritenuto che non erano più necessari nuovi accertamenti su quei terreni nonostante la richiesta venisse dal Procuratore Generale  Salvatore Curcio, oltre che dalla Procura di Paola. La giustizia salva sempre se stessa, l’assoluzione in primo grado venne dal presidente del collegio dott. Introcaso, che immediatamente dopo venne promosso Presidente della Corte d’Appello di Catanzaro. Il giudice Reillo non fa che seguire la linea aperta a Paola da Introcaso. Non avremo così una verità giudiziaria, c’era da aspettarselo d’altronde, ma esiste un’altra verità che è quella che viene fuori dai racconti degli operai sopravvissuti e dai familiari. La verità vera, una verità che è all’opposto di quella giudiziaria. Tutti coloro che hanno lavorato in quella fabbrica, e parliamo di migliaia  di operai e delle loro famiglie, sanno che in quei terreni , posti al confine fra Praia a Mare e Tortora,  vennero  sepolti tonnellate di rifiuti di ogni genere provenienti da quella stessa  fabbrica.

Francesco De Palma intervistato pochi mesi prima di morire

Lo disse Francesco De Palma che era l’operaio incaricato a seppellirli ogni sabato, quando la fabbrica era chiusa. De Palma non venne mai chiamato a testimoniare durante le udienze del processo a Paola, e nemmeno dopo la sua morte si volle sentire la sua testimonianza in una video intervista fatta da militanti ambientalisti. Non si vollero neanche sentire i carabinieri di Scalea che fermarono un camion pieno di rifiuti provenienti dalla Marlane e destinati ad essere seppelliti a Costapisola. Non si volle tener conto di tutte le testimonianze di familiari ed ex operai che con coraggio dissero la loro verità durante il processo a Paola.

La testimonianza dell'ex operaio Luigi Pacchiano

Non si volle tener conto della testimonianza di Luigi Pacchiano, ex operaio colpito da un tumore,  memoria storica della fabbrica che testimoniò per sei ore di seguito rivelando tutto l’andazzo di quella fabbrica di veleni.   Non si volle tener conto dei rifiuti tossici trovati dai Vigili del Fuoco all’interno della fabbrica, né delle perizie di eminenti esperti del settore, nominati anche dalla stessa Procura di Paola nel novembre del 2007.  Si chiude così un capitolo vergognoso su una vicenda della quale i media nazionali non hanno mai voluto occuparsi così come fatto per tanti altri fatti simili a questo della Marlane. Purtroppo Praia a Mare si trova in Calabria, è una cittadina a vocazione turistica, ha un padrone sindaco che governa da oltre venti anni e che ha creato un sistema Marlane imponendo il silenzio su tutto, e costringendo al silenzio sindacati ( CGIl,Cisl e Uil che ricevevano l’indotto della produzione) , Asl ( che non facevano i controlli necessari) , Vigili Urbani ( che non vedevano l’andirivieni dei camion di rifiuti), Prefettura ( che mai si è occupata del caso), Procura ( che ha occultato le denunce degli operai fino al 2009), carabinieri ( che mai sono entrati nella fabbrica per accertarsi delle morti continue degli operai), medici ( che non facevano il loro dovere di visite agli operai) . Un sindaco che  per soli quattro anni non ha governato, ma che ha al suo posto ha governato un altro personaggio  imputato nell’inchiesta quale Lomonaco.  Era lui l’esperto chimico al controllo dei materiali tossici che venivano usati nella fabbrica ed è lui che è stato anche dirigente della fabbrica senza mai accorgersi di nulla. Gli operai sopravvissuti  testimoniarono  che quando arrivavano i bidoni pieni di prodotti chimici l’ordine era quello di staccare le etichette con il teschio per non far impaurire gli operai addetti alla preparazione dei prodotti liquidi che servivano per la colorazione dei tessuti.  I prodotti sprigionavano per tutta la fabbrica un vapore  denso di veleni che veniva respirato da tutti gli operai sprovvisti di mascherine, tute e guanti.

Operaie ai telai

A questi vapori si aggiungevano i freni dei telai che sprigionavano nell’aria polvere di amianto. Per questo gli operai si ammalavano e  morivano come mosche , per questo quando tornavano a  casa erano sporchi di fuliggine, neri come se avessero lavorato in una miniera di carbone. Lo hanno testimoniato le mogli degli operai durante il processo a Paola. E in tutta risposta i “principi del foro”, deridendole le chiedevano se il marito era un fumatore.   Non poteva finire diversamente, in effetti questo processo.

Sostanze tossiche ritrovate nei terreni Marlane

L’alleato  stretto dei due sindaci  è  il padrone della ex fabbrica ,  un potente uomo d’affari legato alla Confindustria e di conseguenza ai poteri forti, parliamo della famiglia Marzotto. Marzotto non è un imprenditore qualsiasi. Ha mani dappertutto in Veneto. Fabbriche ancora funzionanti con un migliaio di operai, fabbriche tessili e anche inceneritori come quello a Portogruaro gestito dalla Zignago Power, oltre alla Marlane stessa trasferita nei paesi dell’est a Brno,  trasformata in  Nova Molisana a e la Sametex acquistata con 10 milioni di euro. I Marzotto uscirono quasi indenni da un’inchiesta  aperta dalla Guardia di Finanza, su richiesta dei pm milanesi Laura Pedio e Gaetano Ruta, che ordinarono il  sequestro di  immobili, tra cui una villa a Cortina e appartamenti a Roma, Milano e un villa a Trissino (VI), appartenenti alla famiglia Marzotto e Donà dalle Rose, iscrivendo nel registro degli indagati tredici persone, tra cui Matteo e Massimo Caputi, ex azionista di Valentino ed ex numero uno di Idea Fimit, per il reato di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi.  Le indagini ruotarono intorno alla cessione – da parte della holding di famiglia Icg, domiciliata in Lussemburgo – della maggioranza delle quote nella maison Valentino al fondo Permira. Operazione che risale al 2007, grazie alla quale la famiglia ha realizzato una plusvalenza di 200 milioni di euro, su cui non sarebbe stato versato alcun contributo al fisco italiano, pari a 65 milioni di euro. Secondo le Fiamme Gialle, la testa operativa della holding lussemburghese sarebbe nei fatti in Italia, e dunque i Marzotto avrebbero dovuto dichiarare tutto all’Agenzia delle Entrate. Per la cronaca, Permira ha poi rivenduto la casa fondata da Valentino Garavani per 700 milioni di euro a Mayholla, fondo d’investimento riconducibile alla famiglia del Qatar. Alla fine se la cavarono con qualche milione di euro in un clamoroso patteggiamento. Ma tant’è lo stato poi si accanisce sui poveri che non riescono a pagare qualche rata del mutuo e gli sequestrano la casa. E a difesa di questi personaggi  sia a Paola che in Corte d’Appello a Catanzaro si sono presentati uno stuolo di avvocati, pagati profumatamente e di “grido” o come si suol dire Principi del Foro, quali l’avv. Ghedini  difensore di Berlusconi, l’avv. Giarda, l’avv. Perugini, l’avv.Pittelli  ex senatore di Forza Italia coinvolto nella vicenda Whi Not  e recentemente assolto, amico di fascisti come Delle Chiaie, che a dispregio dei familiari presenti in aula,  durante un’udienza nel Tribunale di Paola leggeva il libro dello stragista. Personaggi altisonanti che arrivavano scortati da segretarie e da trolley, e che se la ridevano di tutto e di tutti forti dei loro nomi e delle famiglie che rappresentavano. Oggi a distanza di oltre 15 anni tutti i reati dei quali erano accusati i tredici imputati sono quasi tutti prescritti e resta solo quello di disastro ambientale. Ma se non ci sono più perizie suppletive come era stato richiesto dal Procuratore generale tutto finirà in una bolla di sapone, come previsto da copione. La prossima udienza è per il 12 gennaio del prossimo anno e Marzotto avrà una nuova assoluzione. In seguito  grazie alla complicità del sindaco Praticò potrà coronare una nuova idea di speculazione edilizia su quei terreni maledetti che non verranno bonificati. Una speculazione che vedrà la nascita di un grande centro commerciale, una darsena con annesso albergo. Tutto questo grazie alle sentenze di  Paola e Catanzaro e grazie al  sindaco di Praia a Mare Antonio  Praticò, che prepara così la sua prossima campagna elettorale a suon di assunzioni per quanto verrà costruito su quei terreni.

 

Mastrogiovanni : Una sentenza vergognosa !

16 Novembre 2016 |  Tagged , , | Commenti disabilitati

L’appuntamento era alle 9,30 davanti la Corte d’Appello di Salerno. Da lì a poco sarebbe iniziata l’udienza per la vicenda del maestro Francesco Mastrogiovanni  morto nell’ospedale di Vallo della Lucania nel 2009 a seguito di un ricovero forzato tramite TSO firmato dal sindaco di allora Angelo Vassallo. Pensiamo di trovare fuori il tribunale un presidio di associazioni, partiti, grillini, radicali, centri sociali, gialli, verdi, rossi, rosa e così via, ed invece non c’è nessuno  evidentemente tutti impegnati per il referendum. Ci sono i familiari di Francesco Mastrogiovanni e l’editore anarchico Giuseppe  Galzerano , il telefono Viola, qualche amico e le Tv regionali. A chi vuoi che interessi una storia simile. Eppure la storia di Mastrogiovanni è una storia comune, di quelle che potrebbero capitare a tutti. La sua “cattura” ha dell’incredibile.

E’ il 2009, Mastrogiovanni viene inseguito dai vigili del paesino di San Mauro Cilento, dove Francesco trascorreva tranquillamente le sue vacanze, riconosciuto da questi per aver attraversato  con la sua auto l’isola pedonale di Acciaroli.  Non sapremo mai perché Francesco ha avuto questo comportamento , fatto sta che questa ,diciamo trasgressione, non aveva causato danni a nessuno e poteva finire lì con una semplice multa. Invece ecco l’accanimento contro questa persona, anarchica e poco incline ad ubbidire alle autorità pur essendo un maestro elementare stimato ed amato da tutti i suoi alunni. Francesco viene individuato dai vigili  ad Acciaroli, il giorno dopo  mentre fa il bagno, dicono che fosse nudo . Francesco visti i vigili andare verso di lui resta in acqua per oltre due ore e si mette a cantare canzoni anarchiche.  Capisce che sono lì per lui e non vuole farsi prendere.  Preso dalla stanchezza  dopo due ore decide di uscire, pensando di risolverla lì. I vigili invece subito lo afferrano come un pericoloso criminale e lo portano  direttamente all’ospedale di Vallo della Lucania nel reparto psichiatrico. Hanno già in mano il TSO firmato dal sindaco e con violenza lo scagliano nell’ambulanza mentre lui urla di non essere portato all’Ospedale di Vallo dove sarebbe stato ucciso. E’ il 31 luglio del 2009 e prima di salire sull’ambulanza, Mastrogiovanni supplica: «Non mi fate portare all’ospedale di Vallo della Lucania, perché li mi ammazzano», ma nessuno da peso alle sue parole. Mastrogiovanni già conosceva cosa voleva dire la detenzione. Vi era stato a venti anni, tra il 1972 e il 1973,   dopo un‘aggressione fascista.  Una carcerazione ingiusta la, nove lunghi mesi tra Salerno e Napoli. Il ventenne Mastrogiovanni, vicino al movimento anarchico, finisce dentro per essersi beccato una coltellata nello scontro che si concluderà con la morte di Carlo Falvella, segretario locale del Fuan, l’associazione degli studenti missini. In ospedale comunque, il comportamento di Francesco si dimostra abbastanza tranquillo. Saluta tutti i medici che incontra  e dopo mezz’ora dal suo arrivo arriva l’ordine di contenzione. I medici avrebbero potuto chiamare i familiari, avvertirli di quanto stava avvenendo, ed invece tutto avviene a loro insaputa. Francesco viene condotto in una stanza , dove c’è già un altro paziente e messo  a letto si addormenta. Mentre dorme gli infermieri, dietro ordine dei medici, lo legano mani e piedi. Il risveglio di Mastrogiovanni deve essere stato terribile. Immaginiamoci un momento al suo posto. Nemmeno Kafka riuscirebbe ad immaginarlo. Gregor Samsa , in Metamorfosi,  si svegliò trasformato in un insetto, ma era libero di muoversi e pensare. Mastrogiovanni,  no, non è in un romanzo di kafka , si risveglia immobilizzato, e così resterà per ben 88 ore, senza mangiare, né bere , ne poter fare i suoi bisogni. E anche una volta che è stata accertata la sua morte, resterà legato per altre sei ore, dimenticato forse dagli infermieri e dai medici . Una tortura vera e propria che grazie ad alcuni video si è riusciti a risalire ai responsabili. Undici infermieri  e sei medici passarono da quella sala della tortura e tutti vennero processati nel tribunale di Vallo della Lucania. Il tribunale stabilì la loro colpevolezza e li condannò a condanne variabili fra un anno e cinque anni oltre che all’interdizione dai pubblici uffici per ben cinque anni assolvendo però gli undici infermieri.

L’appello a Salerno ha stravolto in parte questa sentenza . Pene ridotte ma condanne per tutti, compresi gli undici infermieri assolti e niente interdizione  . Condannati tutti al pagamento delle spese processuali e ad il risarcimento civile da decidere in altra sede. Una sentenza a metà, come siamo abituati oramai da sempre assistendo a questi processi.    Bisognerà comunque attendere la lettura completa delle motivazioni della sentenza per  avere un quadro definitivo. La cosa certa al momento  è che tutti sono stati riconosciuti colpevoli di sequestro di persona, falso ideologico e morte in conseguenza di altro reato.  Concludendo:  7 anni fa 16 persone tra medici e infermieri dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania hanno legato a un letto d’ospedale Franco Mastrogiovanni, lo hanno tenuto legato per 4 giorni facendolo morire di  fame e di sete. Dopo 7 anni di indagini e processi le 16 persone vengono ritenute colpevoli, dal tribunale di Salerno, ma  la pena è sospesa così come è revocata la sospensione dai pubblici uffici. Insomma gli aguzzini di Franco Mastrogiovanni non andranno in carcere ( e mi sta anche bene questo)  , non avranno nessuna pena alternativa al carcere, e potranno continuare a lavorare nello stesso reparto, in attesa di un nuovo Mastrogiovanni. La chiamate giustizia questa ? Qualcuno è contento di questa sentenza come  il Presidente della Commissione Diritti umani del Senato,  Luigi Manconi «Si tratta di un verdetto importantissimo che sanziona comportamenti di inaudita gravità da parte del personale sanitario», è il suo commento. Per il segretario dei radicali Italiani Riccardo Magi, invece, la sentenza «afferma il principio per cui la qualificazione professionale dell’infermiere e la manifesta criminosità della condizione a cui era stato ridotto Franco Mastrogiovanni, impongono di condannare chi ha assistito ed avallato con il suo operato tutto ciò senza opporvisi». Forse è il momento di intraprendere una battaglia per eliminare il TSO, che da un potere illimitato ai sindaci che firmano senza neanche sapere cosa sia successo fidandosi dei rapporti di vigili e carabinieri.

http://www.youreporter.it/video_Sentenza_Mastrogiovanni